LA RAGAZZA DEI FIORI
Articolo scritto da: Ilaria D'AdamioLA RAGAZZA DEI FIORI di Ilaria D’Adamio (scritto il 02/04/2014, 01.43)
La ragazza dagli occhi azzurri come cristalli infonde così la luce nelle sue piante: guardandole. Tocca i fiori con la punta delle dita. Con delicatezza. Non ha mai l’intenzione di invadere la loro sfera. -Le piante hanno il loro carattere e vanno sapute prendere.- sostiene la ragazza, mentre si perde sul velluto dei petali che sparpagliati intorno alla corolla si riuniscono in forme uniche. Ha da sempre avuto la capacità di capirne l’essenza al primo sguardo, senza studiarne la simbologia. Qualche volta li scuote, quando le travasa al cambio di stagione. In questo rituale c’é tutta la lenta sacralità dovuta alla meraviglia della natura che lei sente dentro e sa far sua. Spolvera accuratamente le foglie, elimina quelle secche, sistema i piccoli rami affinché trovino la propria strada di luce. Sono gesti spontanei che la ragazza svolge in sequenza, senza scordare mai di tralasciare un particolare che potrebbe mancare di rispetto. E’ un inno alla crescita il suo, ma va saputa osservare per capirla. Non ama particolarmente parlare in questi momenti. La sua energia è in corrispondenza reciproca con quei fiori. A volte ci parla. Spesso succede quando li agghinda a festa nelle sue composizioni di colori giallo, fucsia e viola. Nascono delle opere d’arte in miniatura costruite sul terriccio terrazzato in maniera che sia mantenuta la prospettiva che mette in risalto la loro forma ad ogni angolatura. Perché fa questo? Se glielo chiedete, si imbarazza come se avesse ricevuto un complimento e risponde con un semplice “Non lo so”. Inizia, poi, a fare quella tossina nervosa e si allontana. Pare che da piccola abbia passato le ore nel giardino dello scantinato in cui abitava a guardare il cielo tra le nuvole bianche, meravigliandosi del fiorire degli alberi, annusando i profumi del cambiar di stagione, assaporando il succo dei frutti vaporosi, colti direttamente dai rami. Tra le sue piante aveva imparato a trovar rifugio alla sua timidezza, con le piante aveva imparato a giocare. Non aveva mia voluto, però, sentirsi chiedere al mattino: – Buongiorno Signora, vorrei acquistare quel mazzo di fiori. In pochi li capivano davvero i suoi fiori e non volle renderli merce di scambio, preferendo dedicare il suo tempo a coltivare il balcone ed il giardino, scrivendo le sue poesie di colori, in attesa di regalare un momento di quella meraviglia al passaggio dello sguardo più distratto e superficiale del marito e della figlia, persi al suo opposto in materie fin troppo intellettualistiche. Sarebbe riuscita un giorno a far loro apprezzare l’incanto, che raccolto in quelle fiabesche composizioni, metteva l’accento sull’importanza di curare gli istanti del viaggio e non solo la meta da raggiungere. Il loro sguardo però comprendeva solo per un breve istante e poi tornava alle proprie faccende. Non importava, è come se li giustificasse. Che credesse fosse troppo che gli altri potessero voler entrare nel suo mondo? Non lo aveva mai preteso, convincendosi così di non essere abbastanza e relegando la sua immagine riflessa in uno specchio, fatto di canoni che non le appartenevano se non per l’aspetto dell’apparente realtà, ma non arrivando mai davvero a colpirla in profondità. Quello che i disattenti assorbiti dal mondo a tre dimensioni scambiavano come disinteresse verso l’attualità, additandolo come pigrizia mentale non era piuttosto solo il segno di una marcata superiorità inconsapevole? Sensibilità incarnata nella più alta forma di eleganza: la semplicità. Questo corrisponde, infatti, ai suoi modi, al suo vestire, al modo in cui, insoddisfatta si accomoda i capelli, come sotto l’egida del giudizio di un metro di misura che non le corrisponde, tuttavia, innalzato a vero, perché accettato dalla maggior parte delle persone. I giorni trascorsi si erano trasformati in anni che avevano consolidato la sua idea di non esser considerata perché non aveva saputo dimostrare le sue capacità nelle regole del mondo del lavoro che prevedono frenesia e carriera. Sulla base di quelle regole gli altri venivano apprezzati. Passava, intanto, ogni giorno di fronte a quel chiosco che da anni aveva la saracinesca abbassata. Posto sull’angolo del suo tragitto, sembrava star lì, messo a posta perché qualcuno lo notasse. Lei lo guardava e tirava lungo. Figurarsi se la riguardasse, non si considerava abbastanza importante. La ragazza eppure si era sempre dimostrata una combattente, soprattutto, in quel difficile territorio che riguarda il sapersi prendere cura delle persone a cui voleva bene, nei cui occhi
si rifletteva. Se sapeva che erano felici, era felice anche lei. Si era data per scontata? Non volendo i modi spinosi degli altri gliel’avevano fatto credere. Passò un periodo che stanca cominciò ad addormentarsi presto la sera. Non si parlava in quella casa: c’era sempre qualcosa di più importante da fare o troppa stanchezza per scambiare quelle due parole fatte di calore e di sincero interessamento. Aveva combattuto affinché neanche un singolo istante di quella famiglia cadesse nell’oblio, ma gli altri lo avevano preso come un letto spianato per fare così più comodamente gli affari loro, rinchiusi nei loro mondi lontani da quegli attimi fatti di presente. Abitudine e rilassatezza che lasciava il passo alla noia della ripetitività che non desta più l’adrenalina della sfida. Ecco che lei cominciò a distaccarsi, accettando come una normale sconfitta quella mansueta distrazione dei suoi fiori più preziosi: in fondo avrebbe potuto anche lasciarsi andare, pensò ad un tratto che gli altri non se ne sarebbero neanche accorti. Incompresa come la poesia, relegata ai margini di una società che ritiene incantevole il ritmo dei versi, ma che sostiene di poterli dimenticare perché non ci si mangia. Poteva dirsi altrettanto dei suoi fiori? Seduta in terrazza notò qualcosa. All’interno di uno dei suoi vasi, un piccolo bulbo di ciclamino stava uscendo dalla sua coperta fatta di terra. Ne emersero dei filamenti lattiginosi, rugosi e bianchi, ancora avvolti in se stessi. Avevano la forma di una manina, bisognosa di attenzioni. La meraviglia si riaccese sul volto della ragazza. Uscì di casa e chiese di prendere in affitto quel chiosco, posto all’angolo. Capì l’importanza della sua missione. Decise così in un istante. Rimise in fretta il minuscolo fondo e ne fece una piccola cattedrale dei fiori. Smise di addormentarsi presto sul divano e non si guardò più allo specchio. Prese coscienza del suo valore, fatto di semplicità e decise di creare per coloro che volessero riempirsi dei colori profumati dei suoi fiori. Nel sorriso che riusciva a suscitare attraverso le sue creazioni trovò la soddisfazione ai suoi viaggi solitari, fatti fin allora. Continuò a non aspettarsi niente. Lo faceva per quei momenti e per la corrispondenza che sentiva quando i suoi fiori le esprimevano il segreto della vita. Un giorno mentre lavorava con lo sguardo abbassato ai fiori sul bancone, arrivò un uomo che disse: – Buongiorno Signora, vorrei quel mazzo di fiori nell’angolo! La ragazza alzò gli occhi, incrociando lo sguardo dalla voce familiare. L’uomo raccolse il mazzo e le porse una rosa. La ragazza arrossì. Quell’uomo è suo marito!
Ilaria D’Adamio



