Il Teorema di Incompletezza di Amleto I-II – di Ilaria D’Adamio

Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio

Il Teorema di Incompletezza di Amleto I-II – di Ilaria D’Adamio

Dell’ironia, destino. Beffardo al calar di luna, ad ognuno eguale fine? Il tuo riso riecheggia, mentre il tuo teschio, caro Yorick, appartiene adesso solo a Messer Verme. Avanti, indietro. Un passo in su, uno in giù: è come immobile dentro i pensieri che proclamano l’incessabile vittoria dell’assurdo. Essere o non essere. Non esiste affermazione che sia vera e falsa allo stesso tempo. Sprofondare nel sonno per metter fine all’agonia. Sognare un’emozione di braccia che cingono in segno di protezione alla ricerca di attenzione di un bimbo che, selvaggio, si destreggia ad imparar l’arte della spada, solo per essere accompagnato dal suo sguardo. Un momento…Chi allora chiese udienza tra le pareti di quella testa? Un fantasma, forse? Niente fu più falso. Oh, pazzo! Lui ed il suo stesso nome, riflessi allo specchio. Se solo potesse tornare all’azione. Di queste riflessioni che si elidono a vicenda, darebbe comunicazione alla pura Ofelia, che dalla nobiltà del suo animo avrebbe capacità di sentire la sua sofferenza. Avanti, indietro. Un passo in su, uno in giù. Cosa fare per soffocare il dolore del vuoto che disarciona un corpo caduto ed impotente, che si dibatte nel dilemma del da farsi e fa di lui, impotente follia, soffocata all’interno di un perimetro. Non è dunque la sua fine, l’anelito del non poter comprendere. Resterebbe pur sempre fermo ed irrisolto con le sue regole impotenti, a non capire un mondo, dove il peggior peccato è ammesso? Immobilizzante vigliaccheria, che tu esca da lui. Supplizio di un vivere senza senso. Muovi, allora! Al divincolarsi delle membra, l’ardir della reazione invocata. Sei solo un’alterazione di coscienza! Ormai è deciso! Fuori dal teschio! I ruffiani ed i codardi d’animo cadranno ad uno ad uno, per liberare la sua prigione, Danimarca. Polonio, Rosenkrantz e Guildestern: cos’altro se non marionette, mosse dal meschino piano di un Re indegno? Ah! Trasalì per l’orrenda menzogna svelata, sussurrandola sul proscenio di un teatro. Nel medesimo istante, però non sapeva che la fortuna avesse tirato i dadi a modificare le conseguenze delle sue azioni. E’ così per una volta non fu la più ingenua essenza a farne le spese, colei che non riconoscendo più il genio in lui, sarebbe altrimenti caduta, ingiusta vittima di un rifiuto e di una vendetta che nessuna spada mai compì. Ofelia amata nel suo chiarore di primavera, gentile petalo di fiore, mai più stroncato dal ramo che la avrebbe, altrimenti, fatta galleggiare sul ruscello senza fonte. Messer Verme non fu adesso padrone del primato dell’ultima parola di fronte agli ultimi e ai primi. Ignorò, ancora, cosa vi fosse in serbo: la Fortuna introdusse una variabile sulla scacchiera del destino. Laerte? Finirà col finirmi? Giammai! Nessuna vendetta elevata alla seconda potenza in questa trama. Fu lui l’assioma mancante? Funzionò da elemento esterno che risolse il suo dilemma caduto in contraddizione. Servì a dar coerenza ai numeri del suo sistema. Che ne sarà della sua fine, prevista nell’azione avvelenata? Non avvenne. Di comprensione fu l’amicizia dotata, ridando senso e onore alla sua coscienza indipendente, di nuovo liberata. Il tremendo incubo svelato. Solo un teatro fu questo scritto. I personaggi, tutti in vita, risero, stappando una bottiglia di champagne per l’eroe che uscito dal dubbio, si rese conto di essere cresciuto e di vivere solo nella realtà e non nella finzione dei libri. Alcun dolore fu inferto a nessuno, da nessuno. Tutti tornarono liberi, di nuovo nella loro indipendente coscienza in meglio maturata. Solo nutrito ne fu l’amore.

Tratto dal libro La Fenice Surrettizia, 2013  Ilaria_D’Adamio

I commenti sono chiusi.