IL CONFINE EVANESCENTE. ARTE ITALIANA 1960-2010. PALCO D’ECCEZIONE: FIRENZE.

Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio

Nell’ambito della mostra Talenti Emergenti 2011, il Centro di Cultura Contemporanea La Strozzina ha avuto il piacere di ospitare, giovedì 31 marzo, all’interno della cornice di Palazzo Strozzi a Firenze, l’evento speciale IL CONFINE EVANESCENTE. ARTE ITALIANA 1960-2010.

Protagonisti, il critico d’arte Gabriele Guercio e Anna Mattirolo, direttrice del MAXXI di Roma, nonché curatori dell’omonimo testo. Moderatrice dell’incontro la Prof. Maria Grazia Messina, ordinaria di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Lettere di Firenze.

Franziska Nori, direttrice di CCCStrozzina, ha dato il benvenuto agli ospiti, mettendo a fuoco attraverso la scelta del titolo della lecture, un dibattito tutto contemporaneo, incentrato sui temi di quali le origini e quale il futuro dell’arte oggi in Italia.

IL CONFINE EVANESCENTE, libro controverso e dal linguaggio specialistico, si inserisce come s-nodo nevralgico e colmante un vuoto all’interno della bibliografia, relativa al periodo artistico 1960-2010.

Si tratta di una raccolta di tredici contributi inediti, di autori italiani e non, come Brooks Adams, Stefano Chiodi, Ester Coen, Nicholas Cullinan, Michele Dantini, Guglielmo Gigliotti, Claire Gilman, Romy Golan, Pia Gottschaller, Elio Grazioli, Gabriele Guercio, Joerg Heiser, Giorgio Verzotti.

Teorema dell’opera é dimostrare come sia ancora possibile parlare di arte nazionale nel mondo globalizzato di oggi, senza cedere agli inganni del relativismo e di matrice essenzialista.

Un contenitore volutamente frammentario, che pare riprendere il metodo delle Philosopische Untersuchungen di Wittegenstein, per proporre accostamenti di pensiero non commentati, da fruire e comprendere, lasciandosi stupire dalla lettura del testo.

Un unico scopo: salvaguardare la dis-unità dell’arte italiana più vicina ai giorni nostri, momento labile, perché poco raccontato, almeno in maniera organica.

50 anni, densi di protagonisti, tendenze e correnti, difficili da analizzare.

Da un lato, perché troppo catalogati e spesso in maniera contraddittoria; dall’altro, per la difficoltà talvolta riscontrata a conservarne le opere, connotate come installazioni o site specific event, quindi fuori dallo status classico di oggetto artistico e pertanto deperibili piuttosto che visibili esclusivamente nel momento della loro ideazione.

Un tentativo senza precedenti, dunque, che cerca di riaprire il dibattito, laddove l’opera di fruizione di tali periodi artistici non puo’ ancora dirsi terminata, se non addirittura, a tratti mai iniziata.

 

L’opera d’arte, che porta con sé un carattere out of counter, e pertanto non circoscrivibile ad un mero fattore geografico, diventa ancor più indecifrabile, se non “sdoganata” dal vero acerrimo nemico, individuabile nel limite dato dalle catalogazioni di genere.

Segue a questo punto un ulteriore fattore determinante, quale il dibattito qualitativo su quale sia lo spazio più idoneo alla fruizione dell’opera.

Accostandoci all’idea che arte contemporanea stia per superamento del classico concetto di rappresentazione di matrice aristotelica, dovremmo immaginare la possibilità di far intervenire una maturità nello spettatore, talvolta protagonista dell’opera stessa, che non aneli ad una semplice operazione cognitiva di tipo razionale, ma tendente, invece, alla scoperta di essa in maniera im-mediata e spontanea.

Solo il raggiungimento di un tale livello di consapevolezza puo’ facilitare la comprensione di che cosa l’arte sia stata negli ultimi decenni, senza cadere in formule categorizzanti.

“L’ingabbiare” artisti in correnti, e queste in generi, limita il potere liberatorio, grido universale insieme, di qualsiasi forma di espressione artistica.

Chiariti questi presupposti, é possibile fare un passo indietro, domandandoci quale effettivamente sia, il metodo migliore per “testimoniare” l’arte del nostro recente passato.

La strada così tentata da Guercio e Mattirolo pare interessante, poiché non spiega, ma lascia dedurre, ponendo l’accento sul carattere epistemologico e paradigmatico della discussione, più che palesando un decalogo di conclusioni risolutive.

Va da sé che per completezza non possa mancare alla ricostruzione, la domanda relativa alla ricerca delle origini della c.d. arte contemporanea.

Ecco intervenire le categorie di luogo e di tempo.

Come ignorare per esempio, cosa siano stati gli anni ’60-’70 in Italia?

Quali gli sconvolgimenti sociali, le lotte e quale la mentalità, da cui si cercava affrancamento?

L’importanza del ritorno ad una contestualizzazione territoriale assume rilevanza, pertanto, quando, dopo il superamento di etichette de genre, per avere comprensione delle eterogenee espressioni artistiche, subentra la necessità di fare un’indagine dall’interno, misurando l’intensità dei fenomeni “storici” che hanno impattato su una determinata terra.

 

Ecco dove si inserisce il confine evanescente. Come sostiene Gabriele Guercio, esso si trova dove al disegno di una linea di confine non corrisponde un concetto di divisione, bensì l’idea di intersezione comprendente le parti antagoniste.

Ripartire dalla territorialità, sottolinea quindi l’urgenza di intervenire, per approfondire le esperienze artistiche degli ultimi cinquanta anni e per gettare un ponte verso il futuro.

Mattirolo, si fa portavoce di questo messaggio, sottolineando la necessità di uscire dalle ormai conosciute dinamiche museali, che possono definirsi superate in molti casi, perché non sono riuscite a riflettere il presente dell’arte.

Impellente diventa considerare spazi nuovi e simultaneità di stage, su cui proporre molteplici esibizioni per differenti forme di arte. Concezione di Gesamtkunstwerk non più ignorabile. Questo uno degli obiettivi dell’attività del MAXXI di Roma, che si prefigge di sottolineare tale intenzione nella concretezza degli allestimenti e con una nuova organizzazione degli eventi.

 

E’ in questa cornice che si inquadra la mostra Il Confine Evanescente, attualmente in corso al Maxxi, dal titolo omonimo del libro, e che ripercorre visivamente le tematiche, fin qui affrontate.

In conclusione la parola ritorna a Firenze, a Franziska Nori, che lascia la platea con un invito a creare una piattaforma tra le varie realtà museali italiane, al fine di proporre al legislatore una scaletta di soluzioni, l’elaborazione di nuove forme a tutela e sviluppo della cultura nel senso artistico.

Molte, le tipologie progettuali che potrebbero essere valutate, tra cui forme giuridiche nuove, diverse dall’entità museo, come da quello di fondazione.

Forme similari alle esperienze tedesche delle Kunstverein, o comunque spazi officina/fucine di idee, in cui gli artisti troverebbero spazio per la ricerca e visibilità, con la conseguente facilitazione di accesso alle dinamiche del mondo dell’arte.

Sarebbe auspicabile anche, una defiscalizzazione di molte procedure, che permetterebbero l’abbattimento dei costi ed una maggiore capacità d’investimento nelle nuove proposte: il tutto finalizzato a rendere i giovani protagonisti del dibattito contemporaneo, in Italia, ridimensionando così l’occorrenza di fuga all’estero, come unica possibilità per avere un futuro.

Un territorio presente, capace di offrire risposte alle esigenze del nuovo, é ricchezza culturale e permette ai talenti emergenti di farsi maggiormente testimoni del momento storico attuale che guarderebbe così alla globalizzazione in maniera preparata, come apertura voluta e con la coscienza di essere portatori di una propria identità.

Il tema delle radici, matrice che riaccende, dunque, un interesse politico, in un’accezione più generale di soggetti agenti, appartenenti alla polis.

Questo lo sforzo del progetto CCCStrozzina, dimostrato oltre che dall’attenzione ai nuovi linguaggi dell’arte, soprattutto dalla mostra-concorso Talenti Emergenti 2011, che si propone quest’anno per la seconda volta, come piattaforma biennale in divenire, in grado di catapultare i giovani artisti all’interno del contesto artistico nazionale ed internazionale.

Un lavoro registrabile come una vera e propria inversione di tendenza nel panorama italiano, la cui più grave responsabilità sta proprio nel ritardo nell’occuparsi di costruire strade per lo sviluppo delle generazioni più giovani.

 Una domanda, infine: quale é oggi la più probabile tendenza dell’arte del futuro?

 Prendendo in prestito le parole di Germano Celant, pensiamo al “trionfo del globalismo barocco dei linguaggi”, a cui ci auguriamo di poter presto aggiungere: “una babele simultanea, vissuta dall’interno sin dal suo primo pulsare”.

 

©ILARIAD’ADAMIO_RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicato su Artitude.eu il05/04/2011

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *