“Il Cavaliere che sconfisse l’Oscura Figura”, da “Cuore di Fiaba” di Ilaria D’Adamio

Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio

“Il Cavaliere che sconfisse l’Oscura Figura” di Ilaria D’Adamio
(scritto tra novembre-dicembre 2013)

All’ultimo piano di un moderno castello, abita un ragazzo, dal cuore gentile. Nel borgo, in cui viveva dalla giovane età di cinque anni, era conosciuto per la sua vivacità ed aveva molti amici. I bambini in calzoni corti si contendevano la sua compagnia: star con lui era un vanto per l’allegria, di cui le strade si cospargevano al suo passaggio. Nonostante le funambolesche avventure che riempivano di divertimento il suo tempo libero, il suo migliore amico rimaneva sempre Cacio, un topo saggio e di una certa cultura, capace di ascoltare i lunghi soliloqui del bambino, quando restava in casa da solo. Dietro le apparenze da protagonista, svelate dalla cinetica irrequietezza, si nascondeva uno sguardo, spesso cupo, sprofondato nella nebbia di luoghi lontani. Foreste oscure, i cui rami chiudevano il passaggio, come ragnatele in dissolvenza. Quando i parenti gli chiedevano cosa avrebbe voluto fare da adulto, lui non si nascondeva dietro facili etichette,
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esprimendo sempre con spontanea naturalezza manie di grandezza. Una volta arrivò ad esclamare di voler fare il papa e tutti risero. Cacio guardò la scena, scuotendo il capo. Si stavano prendendo gioco del suo migliore amico e questo fatto non gli piaceva. Nessuno lo conosceva davvero. Il topo, invece, riusciva a leggergli dentro e sapeva di quali grandi imprese sarebbe stato capace. Qualcosa che avrebbe avuto a che fare con il potere e con il denaro, come incitava il nonno, o con un ruolo diplomatico di spicco, a supporto dei più alti valori della giustizia, come immaginava il padre? Il bambino stravedeva per il babbo che non vedeva così spesso. Quando s’incontravano, era una festa e quest’ultimo non mancava mai di stupirlo con nuove puntate sulla storia di un eroico generale, di nome Napoleone. Il piccolo restava sempre a bocca aperta e sognava i terreni di battaglia, in cui coraggiosi soldati si scontravano.
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Il tempo volava sempre, quando stava col babbo, ritrovandosi troppo in fretta, da solo, nella sua cameretta, frastornato dai rimproveri della mamma ed ostacolato dalle tenebre della notte. In quei momenti Cacio scendeva sempre dalla soffitta per tenergli compagnia, sussurrandogli all’orecchio: – Vedrai, che un giorno ce la farai! Te lo assicuro! Il bambino crebbe in fretta, messo presto al servizio di responsabilità più grandi di lui. Dietro quella maschera simpatica, il ragazzo aveva la certezza che avrebbe realizzato prima, o poi la sua grande impresa. Lungo la sua strada, però, ebbe spesso da combattere con una maga temibile, conosciuta ai più come Ansia, che nell’intento di evitargli la pigrizia lo esortò in malo modo, creando pozioni magiche, capaci di trasformare la sua gentile essenza, nella forza più distruttiva. Fu così che il senso del dovere ed i contrattempi della contingenza che gli ruotavano contro, lo allontanarono dalla via maestra del suo stesso valore. Ad ogni giorno che passava, il ragazzo sentiva accrescersi dentro un senso di fallimento, al contrario di quello che tanto, invece, voleva dimostrare.
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Cominciò a cadere in un’angosciante disperazione, compromesso dal misurarsi sempre all’esterno, iniziando a dubitare di chi egli fosse realmente. Passarono amanti ed amori lungo il suo viaggio, ma più importanti restarono sempre le sue estenuanti domande, alla ricerca di darsi spiegazioni su come mai non riuscisse più a render bello, tutto quello che toccava, che, invece, era difficile restasse indenne alla sua furia. Cacio, preoccupato, si scervellò per aiutare l’amico, fino a quando non gli venne in mente un’idea. Si mise d’accordo con una principessa, affinché ella fingesse di nascondersi all’interno della foresta incantata, dai rami che oscuravano il passaggio. Quando il ragazzo tornò, Cacio lo invitò a sedersi di fronte ad una scacchiera, per fare una partita a dama. Gli spiegò che una principessa era stata rapita da una figura scura, che l’aveva nascosta all’interno della foresta tenebrosa, che lui ben conosceva fin da piccolo. Lo esortò a liberarla, visto che lei rischiava di morire. Per trovare la foresta e liberare la fanciulla, lui avrebbe dovuto attraversare un cancello che si trovava sulla scacchiera, ma il topo lo mise in guardia:
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– Il cammino dell’andata sono in grado di indicartelo. Per il ritorno troverai la strada, solo, nel tuo cuore.

Il ragazzo accettò e saltò all’interno della scacchiera per il nobile intento, supportato dall’ansietà di aver finalmente una grande missione da compiere. Girovagò per i sentieri interrotti della foresta, rompendo fronde e rami, incurante dei rovi che lo ferivano e dei lembi di nebbia che gli oscuravano la vista, visitando paesaggi dall’apparenza familiare. Cercò per chilometri e chilometri, combattendo con gli spiriti avversi del bosco, ma della principessa neanche l’ombra. Ad un tratto scorse nella penombra un lembo di un mantello nero. Si chinò per raccoglierlo e capire dove portasse, ma capì che non era altro che l’estremità di un lungo vestito, indosso ad una raggelante figura incappucciata, che si stagliava di fronte a lui, in piedi a guardarlo. Il ragazzo si ritrasse, impaurito.
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Il freddo iniziò a congelargli le membra, ma prima di non riuscire più a parlare, prese fiato ed esclamò: – Non riesco a vedere il vostro volto! Chi siete? Dove avete nascosto la principessa?
La figura incappucciata iniziò a sghignazzare fino a quando, schiarendosi la voce, si rivolse al ragazzo: – Quale Principessa? Qui non c’è nessuna Principessa, ah, ah. Dimmi, piuttosto, perché sei sceso fin quaggiù?
Il ragazzo sulle prime non credé a quelle parole e ripropose la stessa domanda. La figura in nero si girò di scatto, tirò fuori un’arma affilata e con aria minacciosa gli disse: – Sei venuto qui a chiedere di conoscer il tuo destino, ignaro di un ragazzo? Ho visto che hai molto girovagato fin qui, ma non puoi ancora fregiarti di missioni valorose. Che non sia proprio questo il motivo della tua visita?
– Io sto cercando soltanto una fanciulla.
– Ah, ah, che non esiste, se non nella tua testa!
– No, perché dite così? Sono stato istruito da un fidato informatore…
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– Bene, qualcuno che ti ha ingannato per uno sconosciuto motivo, almeno che…non volesse che tu mi incontrassi.
– Chi siete?

La figura lo guardò e togliendosi il cappuccio, pronunciò queste parole: – Potresti tu fidarti di qualcuno più di te stesso?

Il ragazzo in preda al panico riconobbe in quel volto, la sua stessa immagine, persino la voce adesso combaciava.
La figura continuò, ridendo: – Quanti combattimenti hai fatto nella tua vita?
– Abbastanza- rispose il ragazzo.
– Quanti ne hai vinti?
– Tutti.
– In che modo?
– Combattendo.
– Li hai vinti tutti, ne sei certo? Quante vittime hai lasciato dietro di te?
– Tutti coloro che mi ostacolavano.
– E non te ne sei curato?
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– No, era necessario per il fine.
– Cosa hai ottenuto?
– La vittoria di una battaglia. La risoluzione di un problema.
– Come hai combattuto?
– Senza tregua!
– Cosa hai ottenuto? L’onore della vittoria?
– No, l’aver risolto un inghippo.
– Erano necessari?

Il ragazzo restò un attimo interdetto, non comprendendo dove quel dialogo dovesse portare. – In quel momento sì!
– Attenzione perché c’è sempre un motivo,“valido sul momento”, per combattere. Ripeto: cosa hai ottenuto?
– Non lo so, non lo so…- si lasciò scappare il giovane, con aria innervosita.
– Ecco! Ti sei risposto da solo! Nessuno ti ha insegnato che non deve esistere alcun combattimento o guerra, se non per un nobile ideale?

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– Io ci ho soltanto provato. Ho dovuto farlo…
– No! Tu hai voluto farlo! Lo hai fatto per dimostrare agli altri, a coloro che non valevano. Lo hai fatto per te stesso, per fregiarti di te, perché in fondo hai sempre avuto paura di fallire. Ti sei fatto ingabbiare a tal punto dai falsi incantesimi dell’Ansia, che, ormai, non sai neanche perché hai combattuto. Cosa hai ottenuto?
– Ci risiamo. Non lo so.
– Te lo dico io! Non hai fatto altro che ingrossare me, guarda come sono grande al tuo confronto.
– Chi siete?
– Ah, ah. Ti basti sapere che sono l’immagine della distruzione di te stesso. Mi temi, eh? Tutti questi anni a far finta che non esistessi, per paura di confrontarti con me, che, poi sono te! Tu non ti conosci!

Il ragazzo restò stordito da quelle affermazioni! Non aveva, forse, fatto tutte quelle valutazioni prima di partire in battaglia, ma le sue intenzioni non erano mai state, così, cattive.
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Sapeva, in cuor suo, distinguere i motivi validi, per cui partire in battaglia, da quelli fasulli, ma iniziava a comprendere il perché, da un po’ di tempo, non riusciva più a sentirsi soddisfatto delle vittorie riscosse, se non addirittura dalle stesse, privato della forza che lo animava nei sogni del suo coraggio bambino.

La figura lo sfidò: – Ti do un’occasione! Siediti a questa scacchiera e battimi! Sconfiggimi, se ne hai il coraggio! Ricordati che se perderai, io distruggerò te. Se vincerai, tu, invece, ma non accadrà, tu distruggerai me. Non credo che potrai, sono molto più forte di te e non sai neanche perché…

Il ragazzo impaurito ed arrabbiato, non riusciva a pensare lucidamente. Più chiedeva al suo intelletto di venir in suo soccorso, più esso era irreperibile. Cercava di accalappiare le domande per trovare le risposte, ma scappavano.

“Il Cavaliere che sconfisse l’Oscura Figura”

All’ultimo piano di un moderno castello, abitava un ragazzo, dal cuore gentile. Nel borgo, in cui viveva dalla giovane età di cinque anni, era conosciuto per la sua vivacità ed aveva molti amici. I bambini in calzoni corti si contendevano la sua compagnia: star con lui era un vanto per l’allegria, di cui le strade si cospargevano al suo passaggio. Nonostante le funambolesche avventure che riempivano di divertimento il suo tempo libero, il suo migliore amico rimaneva sempre Cacio, un topo saggio e di una certa cultura, capace di ascoltare i lunghi soliloqui del bambino, quando restava in casa da solo. Dietro le apparenze da protagonista, svelate dalla cinetica irrequietezza, si nascondeva uno sguardo, spesso cupo, sprofondato nella nebbia di luoghi lontani. Foreste oscure, i cui rami chiudevano il passaggio, come ragnatele in dissolvenza. Quando i parenti gli chiedevano cosa avrebbe voluto fare da adulto, lui non si nascondeva dietro facili etichette,
esprimendo sempre con spontanea naturalezza manie di grandezza. Una volta arrivò ad esclamare di voler fare il papa e tutti risero. Cacio guardò la scena, scuotendo il capo.  Si stavano prendendo gioco del suo migliore amico e questo fatto non gli piaceva.  Nessuno lo conosceva davvero.  Il topo, invece, riusciva a leggergli dentro e sapeva di quali grandi imprese sarebbe stato capace. Qualcosa che avrebbe avuto a che fare con il potere e con il denaro, come incitava il nonno, o con un ruolo diplomatico di spicco, a supporto dei più alti valori della giustizia, come immaginava il padre? Il bambino stravedeva per il babbo che non vedeva così spesso.  Quando s’incontravano, era una festa e quest’ultimo non mancava mai di stupirlo con nuove puntate sulla storia di un eroico generale, di nome Napoleone.     Il piccolo restava sempre a bocca aperta e sognava i terreni di battaglia, in cui coraggiosi soldati si scontravano.
Il tempo volava sempre, quando stava col babbo, ritrovandosi troppo in fretta, da solo, nella sua cameretta, frastornato dai rimproveri della mamma ed ostacolato dalle tenebre della notte.  In quei momenti Cacio scendeva sempre dalla soffitta per tenergli compagnia, sussurrandogli all’orecchio:            – Vedrai, che un giorno ce la farai! Te lo assicuro! Il bambino crebbe in fretta, messo presto al servizio di responsabilità più grandi di lui.  Dietro quella maschera simpatica, il ragazzo aveva la certezza che avrebbe realizzato prima, o poi la sua grande impresa. Lungo la sua strada, però, ebbe spesso da combattere con una maga temibile, conosciuta ai più come Ansia, che nell’intento di evitargli la pigrizia lo esortò in malo modo, creando pozioni magiche, capaci di trasformare la sua gentile essenza, nella forza più distruttiva.  Fu così che il senso del dovere ed i contrattempi della contingenza che gli ruotavano contro, lo allontanarono dalla via maestra del suo stesso valore. Ad ogni giorno che passava, il ragazzo sentiva accrescersi dentro un senso di fallimento, al contrario di quello che tanto, invece, voleva dimostrare.
Cominciò a cadere in un’angosciante disperazione, compromesso dal misurarsi sempre all’esterno, iniziando a dubitare di chi egli fosse realmente.  Passarono amanti ed amori lungo il suo viaggio, ma più importanti restarono sempre le sue estenuanti domande, alla ricerca di darsi spiegazioni su come mai non riuscisse più a render bello, tutto quello che toccava,  che, invece, era difficile restasse indenne alla sua furia. Cacio, preoccupato, si scervellò per aiutare l’amico, fino a quando non gli venne in mente un’idea. Si mise d’accordo con una principessa, affinché ella fingesse di nascondersi all’interno della foresta incantata, dai rami che oscuravano il passaggio. Quando il ragazzo tornò, Cacio lo invitò a sedersi di fronte ad una scacchiera, per fare una partita a dama.  Gli spiegò che una principessa era stata rapita da una figura scura, che l’aveva nascosta all’interno della foresta tenebrosa, che lui ben conosceva fin da piccolo. Lo esortò a liberarla, visto che lei rischiava di morire. Per trovare la foresta e liberare la fanciulla, lui avrebbe dovuto attraversare un cancello che si trovava sulla scacchiera, ma il topo lo mise in guardia:  – Il cammino dell’andata sono in grado di indicartelo. Per il ritorno troverai la strada, solo, nel tuo cuore.

Il ragazzo accettò e saltò all’interno della scacchiera per il nobile intento, supportato dall’ansietà di aver finalmente una grande missione da compiere. Girovagò per i sentieri interrotti della foresta, rompendo fronde e rami, incurante dei rovi che lo ferivano e dei lembi di nebbia che gli oscuravano la vista, visitando paesaggi dall’apparenza familiare. Cercò per chilometri e chilometri, combattendo con gli spiriti avversi del bosco, ma della principessa neanche l’ombra. Ad un tratto scorse nella penombra un lembo di un mantello nero. Si chinò per raccoglierlo e capire dove portasse, ma capì che non era altro che l’estremità di un lungo vestito, indosso ad una raggelante figura incappucciata, che si stagliava di fronte a lui, in piedi a guardarlo. Il ragazzo si ritrasse, impaurito.
Il freddo iniziò a congelargli le membra, ma prima di non riuscire più a parlare, prese fiato ed esclamò:  – Non riesco a vedere il vostro volto! Chi siete? Dove avete nascosto la principessa?
La figura incappucciata iniziò a sghignazzare fino a quando, schiarendosi la voce, si rivolse al ragazzo:  – Quale Principessa? Qui non c’è nessuna Principessa, ah, ah. Dimmi, piuttosto, perché sei sceso fin quaggiù?
Il ragazzo sulle prime non credé a quelle parole e ripropose la stessa domanda.
La figura in nero si girò di scatto, tirò fuori un’arma affilata e con aria minacciosa gli disse: – Sei venuto qui a chiedere di conoscer il tuo destino, ignaro di un ragazzo?                                Ho visto che hai molto girovagato fin qui, ma non puoi ancora fregiarti di missioni valorose.               Che non sia proprio questo il motivo della tua visita?
– Io sto cercando soltanto una fanciulla.
– Ah, ah, che non esiste, se non nella tua testa!
– No, perché dite così? Sono stato istruito da un fidato informatore…
– Bene, qualcuno che ti ha ingannato per uno sconosciuto motivo, almeno che…non volesse che tu mi incontrassi.
– Chi siete?

La figura lo guardò e togliendosi il cappuccio, pronunciò queste parole: – Potresti tu fidarti di qualcuno più di te stesso?

Il ragazzo in preda al panico riconobbe in quel volto, la sua stessa immagine, persino la voce adesso combaciava.
La figura continuò, ridendo: – Quanti combattimenti hai fatto nella tua vita?
– Abbastanza- rispose il ragazzo.
– Quanti ne hai vinti?
– Tutti.
– In che modo?
– Combattendo.
– Li hai vinti tutti, ne sei certo? Quante vittime hai lasciato dietro di te?
– Tutti coloro che mi ostacolavano.
– E non te ne sei curato?
– No, era necessario per il fine.
– Cosa hai ottenuto?
– La vittoria di una battaglia. La risoluzione di un problema.
– Come hai combattuto?
– Senza tregua!
– Cosa hai ottenuto? L’onore della vittoria?
– No, l’aver risolto un inghippo.
– Erano necessari?

Il ragazzo restò un attimo interdetto, non comprendendo dove quel dialogo dovesse portare. – In quel momento sì!
– Attenzione perché c’è sempre un motivo,“valido sul momento”, per combattere. Ripeto: cosa hai ottenuto?
– Non lo so, non lo so…- si lasciò scappare il giovane, con aria innervosita.
– Ecco! Ti sei risposto da solo! Nessuno ti ha insegnato che non deve esistere alcun combattimento o guerra, se non per un nobile ideale?
– Io ci ho soltanto provato. Ho dovuto farlo…
– No! Tu hai voluto farlo! Lo hai fatto per dimostrare agli altri, a coloro che non valevano. Lo hai fatto per te stesso, per fregiarti di te, perché in fondo hai sempre avuto paura di fallire. Ti sei fatto ingabbiare a tal punto dai falsi incantesimi dell’Ansia, che, ormai, non sai neanche perché hai combattuto. Cosa hai ottenuto?
– Ci risiamo. Non lo so.
– Te lo dico io! Non hai fatto altro che ingrossare me, guarda come sono grande al tuo confronto.
– Chi siete?
– Ah, ah. Ti basti sapere che sono l’immagine della distruzione di te stesso. Mi temi, eh? Tutti questi anni a far finta che non esistessi, per paura di confrontarti con me, che, poi sono te! Tu non ti conosci!

Il ragazzo restò stordito da quelle affermazioni!  Non aveva, forse, fatto tutte quelle valutazioni prima di partire in battaglia, ma le sue intenzioni non erano mai state, così, cattive.

Sapeva, in cuor suo, distinguere i motivi validi, per cui partire in battaglia, da quelli fasulli, ma iniziava a comprendere il perché, da un po’ di tempo, non riusciva più a sentirsi soddisfatto delle vittorie riscosse, se non addirittura dalle stesse, privato della forza che lo animava nei sogni del suo coraggio bambino.

La figura lo sfidò: – Ti do un’occasione! Siediti a questa scacchiera e battimi! Sconfiggimi, se ne hai il coraggio! Ricordati che se perderai, io distruggerò te. Se vincerai, tu, invece, ma non accadrà, tu distruggerai me. Non credo che potrai, sono molto più forte di te e non sai neanche perché…

Il ragazzo impaurito ed arrabbiato, non riusciva a pensare lucidamente. Più chiedeva al suo intelletto di venir in suo soccorso, più esso era irreperibile. Cercava di accalappiare le domande per trovare le risposte, ma scappavano.

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Ad un tratto gli venne in mente il motivo, per cui era sceso nella Foresta: era andato là, per liberare una fanciulla e questo gli rischiarava il cuore di luce. Fu in quel momento, che il sentire prese il sopravvento sull’intercedere, vorticoso, delle domande che si susseguivano, come d’abitudine. Il ragazzo in un istante raccolse tutte le energie del cuore a sé e fu riempito di forza. Per la prima volta sentì di aver dominato Ansia e di aver riunito tutte le energie in unico punto, che partiva da lui stesso. Provò orrore e disprezzo per quella figura, che se rappresentava se stesso, non ne era che una bruttissima copia. A quel punto sfoderò la sua risposta: – Non giocherò questa partita! Non mi trarrai in inganno, losca figura, che ti fregi di rappresentare la Distruzione di Me Stesso! Non mi manca il coraggio, lo sai, ma è inutile che mi provochi, mettendola sull’unico punto su cui sai che io non voglio esser toccato. Non giocherò, perché io sono diverso da te. Non proverò neanche a batterti, semplicemente perché, tu non esisti!
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A quelle parole la figura non ebbe il tempo di ammettere la sconfitta che svanì, come si addice ad una finzione. Il ragazzo trovò così la strada del cuore, suggeritagli dall’amico Cacio. Una volta a casa il topo lo abbracciò e gli disse: – Spero che oggi tu abbia imparato!
Il ragazzo lo ringraziò e disse: – Oggi ho avuto la lezione più importante della mia vita: ho imparato ad amare me stesso!

Il ragazzo crebbe e divenne un cavaliere valoroso, in grado di combattere, solo se ce n’era bisogno. Seguendo solo la via della luce, aiutò molte persone ed, infine, trovò anche il vero amore: una Principessa reale che seppe riempirlo di gioia. Cacio, invece, restò un semplice peluche, ma il cavaliere si ricordò dell’amico parlante per tutta la vita.
Da “CUORE DI FIABA Omaggio imperfetto all’Amore Perfetto” di Ilaria D’Adamio

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Indice
1. Cuore di Fiaba 2. Proiezioni Mosse 3. 43 Secondi 4. “5+7” 5. Coltelli 6. Barbablù 7. X2 8. Embrace, come abbraccio 9. Alzando gli occhi al Cielo in segno di sdegno 10. Spirali 11. Eclissi 12. In Sogno 13. Lino e i Tre Bicchieri 14. Gaia 15. Lo Strappo 16. Il Cavaliere che sconfisse la Morte 17. Empatia 18. La Scelta
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19. Il Segreto di Au 20. Il Cammino di Psiche 21. Il Principe Ranocchio 22. Lo Specchio Innamorato 23. La Bella e la Bestia 24. Diciassette. Ancora da scrivere 25. Una Stella

 

SCHEDA LIBRO:

“CUORE DI FIABA” di Ilaria D’Adamio

Che cos’è l’amore? Continua ricerca del sentire in perfetta armonia: semplice, ma non facile, da provare, difficile da realizzare. Per districarsi al di là delle apparenze di ragnatele, intessute ad arte dalla trama della vita, vengono in soccorso, frammenti di poesia e scorie di fiaba, che riecheggiano nel nostro cuore, ricordandoci della purezza. Qualità da difendere, come valorosi cavalieri, per superare le molteplici prove che prevedono scelte complicate, ripartendo ogni volta da noi stessi. Ecco la strada, l’Amore arriverà…

Libro che raccoglie poesie, racconti e fiabe, dedicate al tema dell’amore. Si struttura come un percorso in crescendo, a partire dal suo aspetto tragico, passando per il mistero, sino a raggiungere il niveau ideale.

Da “CUORE DI FIABA Omaggio imperfetto all’Amore Perfetto”di Ilaria D’Adamio_scritto tra il 27/11/2013 ed il 16/12/2013 in versione redux ore 14.55, il  18/12/2013 ore 12.22, 14.00, 14.03 e raccolto il 29/12/2013 ore 00.31_di Ilaria D’Adamio.

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