FABBRICA EUROPA – NICOLAS COLLINS in TALL POPPIES

Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio

Nicolas Collins riapre l’interrogativo sul concetto di ready made sonoro. Da New York a Firenze è di nuovo TALL POPPIES (2009).

Prendiamo un musicista nato e vissuto a New York fino alla fine degli anni ’80: NICOLAS COLLINS.
Inseriamolo nel contesto delle esperienze artistiche interdisciplinari delle avanguardie americane e immaginiamo che abbia studiato composizione con Alvin Lucier alla Wesleyan University e sia stato membro del gruppo “Composers Inside Electronics”con David Tudor.  Guardiamo le sue collaborazioni e nell’infinito elenco non sorprendiamoci che saltino fuori personaggi come Elliott Sharp, the Soldier String Quartet, Jonathan Impett, Peter Cusack e John Zorn.
Ma allora che cosa state guardando?

Un’installazione realizzata con 3 monitor video e 3 monitor audio della durata di 2’50” che gira in loop.
Non vi basta?
Ritorniamo con il pensiero a New York e ricordiamoci che il progetto è stato presentato alla Diapason Gallery nel 2009.

Siete a Fabbrica Europa 2012, di fronte a “Tall Poppies” (“Alti Papaveri”), Inszenierung a tre canali in cui lunghe girandole a stelo bruciano contemporaneamente, visualizzate rispettivamente su tre diversi monitor collocati ai tre lati della stanza.
Il suono da dove proviene?
Microfoni a contatto! Proprio da questi diabolici strumenti è stato ripreso il suono del fruscio del magnesio che brucia e di seguito lo scoppiettio del raffreddamento.

Tutti i suoni sono prodotti dalle girandole, e non sono modificati in nessun modo” tiene a precisare l’autore.
L’effetto? “Quello di una sinfonia concreta, tra i bordoni della materia infiammata e le melodie sincopate del raffreddamento”.
Nicolas Collins,autore del celebre “Handmade Electronic Music: the Art of Hardware Hacking”, dà il suo contributo alla smaterializzazione del contenuto semantico dell’arte contemporanea con Tall Poppies, imprimendo nello spettatore la definizione di “post ready-made”.
Fu Duchamp con la sua ruota di bicicletta nel 1913 ad anticipare il concetto di “ready-made” proprio dell’estetica dadaista, uno dei meccanismi di maggior dissacrazione dei concetti tradizionali d’arte.

In pratica, con i «ready-made» si ruppe il concetto per cui l’arte era il prodotto di un’attività manuale colta e resa condivisibile dal suo fine. Da quel momento qualsiasi cosa poteva essere opera d’arte e dunque ne seguì che nulla è arte: una tautologia, ma non fine a se stessa. Il monito si riferiva al fatto che l’arte non dovesse separarsi altezzosamente dalla vita reale, ma confondersi con essa, e che l’opera dell’artista non consistesse nella sua abilità manuale, ma nelle idee che proponeva. Il valore dei «ready-made»? Soltanto l’idea! L’artista venne immediatamente catapultato sul palcoscenico del dibattito internazionale come demiurgo costruttore di nuovi significati.

Collins ripropone il concetto di ready-made in versione video-sonora, mettendo in rilievo il passo successivo alla proclamazione del “nulla dell’arte”, che se esiste in quanto negazione, è sempre il non di qualcosa e come nel caso di Tall Poppies, diventa il sostare interessato dello spettatore davanti allo scorrere di un atto rappresentato da girandole che bruciano.

Un non-sense che però esiste e viene seguito percettivamente come avesse una trama. Dove sta allora il significato? Nel rumore? Nel silenzio? Nel semplice fatto che ha un inizio ed una fine?
Forse semplicemente è “nel suo accadere” che risiede la dimostrazione di quanto sia limitante il concetto di significato, comunemente diffuso.

©IlariaD’Adamio_RiproduzioneRiservata

Pubblicato su Artitude.eu il 22/05/2012

 

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