LA FOTOGRAFIA? QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA!

Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio

Ilaria D’Adamio: Difficile riassumere in poche parole che cosa sia la fotografia per me.

In sintesi potrei dire: “Fotografare è un mezzo d’investigazione sulla realtà!”…basta mettersi d’accordo sul significato del termine “realtà”.

Il dizionario della lingua italiana definisce con il sostantivo “realtà”= “tutto ciò che esiste”e solo in seconda battuta suddivide tra “realtà esterna= il mondo che ci circonda” e “realtà interna= il mondo degli affetti, la psicologia di un individuo”.

E’ chiarificatrice tale spiegazione a Vs. avviso?

Inutile dire che non lo è o non lo è stata per me.
Evito di scrivere e citare le innumerevoli opere di noti studiosi che hanno affrontato l’argomento in modo serio: potremmo citare filosofi, scienziati, artisti…non arriveremmo altro ed ancora una volta a chiederci: “Che cos’é la realtà?”

Non è proprio possibile a mio avviso darne una spiegazione con il rigore dell’oggettività, se non mettendo il termine “realtà” in stretta correlazione con l’uso che ne stiamo facendo.
Se sono uno scienziato, utilizzerò tale sostantivo per indicare il luogo appartenente alla c.d. Res Extensa, che inizia dove finisce il corpo fisico dell’osservatore e diventa “oggetto di studio” sulla base del paradigma coinvolto (fisico-matematico o filologico e intuitivo, tipico delle scienze umane. E poi quantitativo o qualitativo?).

Allora capire che cosa sia la realtà è una faccenda che si complica a vista d’occhio!

Stando a ciò che è comunemente accettato, si riconosce come reale, tutto ciò che sta al di fuori di me, che accade senza l’intervento agente del soggetto (volontario ed involontario), dunque l’elemento da conoscere, perché riconosciuto altro dal sé, in quanto esiste il limite, dato dal proprio corpo senziente.

Ma…è reale a prescindere di me, se e solo se io esisto.
Quindi è il soggetto stesso, verrebbe fatto di dire, che, nel momento in cui riconosce “ciò che reale” come afferente alla sfera esterna del sé, conferma la “realtà del reale”!

Prescindendo da filosofici avvitamenti, sarebbe più semplice interrogarsi su che cosa sia “la visione”.
Personalmente ho sempre trovato molto difficile dare un’esatta definizione di quest’ultima che comprende a mio avviso non solo l’abilità legata al senso della vista, ma anche e soprattutto la più ampia sfera legata alla percezione.

Io imparo, infatti, a definire, come reale ciò che che percepisco al di fuori di me?

Se è così, è difficile sostenere che possa esistere una disciplina chiamata “Fotografia” che “ritrae ciò che sta al di fuori di noi” e ad ogni scatto ne lega un tassello di conoscenza in più, acquisita sul mondo.
A mio modesto avviso e per l’esperienza in materia fotografica fin qui avuta, mi trovo più vicina a pensare che il mezzo fotografico sia un ausilio tecnico di cui l’essere umano si è dotato, per comprendere “la propria visione della realtà” e dunque ricostruire metaforicamente con un innumerevole quantità di fotogrammi, salvati in memoria, la propria “visione del mondo” che, anche se collocato all’esterno, non può che essere nella sua percezione, soggettivo.

Ecco perché la FOTOGRAFIA per me significa sempre più l’espressione del mondo interiore, del ritrarre all’esterno di noi, ciò-che-si-é-in-un-determinato-istante, di cui mi riapproprio per incastonare quell’istante e ricordarlo meglio, o trarne ispirazione per comprendere qualcosa di più sul “mio mondo”, magari in seguito, riuscendo a renderlo in forma simile e mai uguale attraverso un altro linguaggio (penso alla poesia, alla forma della favola e al disegno).

Non importa se con la fotografia io ritraggo ciò che non sono all’apparenza, poiché posto al di fuori di me. Il modo con cui è fatto lo scatto e l’oggetto che attrae la mia attenzione, qualsiasi esso sia, ha qualcosa da dire su noi stessi, per il semplice fatto che io lo fotografo in quel modo particolare ed in quel dato istante in un ben determinato contesto.

Ecco perché la fotografia non è a mio avviso altro che “una questione di punti di vista”, sebbene si cerchi spesso di perseguire la ricerca dell’oggettività: mi riferisco a generi come il fotoreportage.

A conferma del fatto che “la fotografia” sia strettamente connessa con l’uso che se ne fa, è la dimensione fotografica, dove lo scatto assume l’importanza della “prova certa”, mi riferisco agli ambiti dell’inchiesta giudiziaria, piuttosto che della ricerca scientifica, sia essa, in ambito naturalistico, medico o archeologico, architettonico o storico artistico, in cui essa può diventare “reperto”o “referto” determinante ai fini dell’indagine e supportata da rilievi di ordine quantitativo, sviluppabili mediante applicativi software in fase di post-produzione.

Una volta precisata, tuttavia, la sfera d’indagine fotografica (dunque l’uso che si fa del mezzo in questione) resta il problema del valore che è più corretto dare ad un determinato scatto, dunque, il problema della verifica della sua attendibilità.
Nei casi in cui quest’ultima sia verificata, lo scatto potrà essere classificato come prova certa.

Tornando, tuttavia, all’argomento dell’indagine conoscitiva sulla realtà che ci circonda è inevitabile constatare come l’immagine fotografica, anche la più attendibile, sia sempre una rappresentazione spaziale di un dato momento reale.

E’ per questo che è sempre più importante oggi, acquisire degli strumenti di lettura critica dell’immagine fotografica, per prendere le distanze da coloro che spacciano per “vero”, ciò che, se l’immagine è attendibile, è vero solo in un determinato istante o la rappresentazione di uno sguardo, che da solo non può determinare “la verità della storia” (penso agli ambiti di ricerca succitati), se non accostato ad altri sguardi e ad altri dati.

Fotografia, dunque, come il trionfo del relativo, a cui sempre far seguire una riflessione interiore o una più approfondita specifica di contesto.

Ilaria D’Adamio

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