LA FESTA DELL’UNICORNO, parte 3 del II Romanzo Inedito LA NASCITA DI UNA NUOVA STELLA di Ilaria D’Adamio
Articolo scritto da: Ilaria D'AdamioLa Festa dell’Unicorno (parte 3 del II Romanzo Inedito LA NASCITA DI UNA NUOVA STELLA di Ilaria D’Adamio)
Ormai dentro al personaggio, spostava con abili modi il lungo abito quattrocentesco, dipinto di bianco e stropicciando la barba finta, concludeva: – Madonne e Messeri, benvenuti a Utopia! Travestito da Leonardo, recitava così l’eloquenza di Cosimo, in piedi all’ingresso per richiamare i visitatori: – O natura instaccurata, perché ti se’ fatta parziale, facendoti ai tua figli d’alcuni pietosa e benigna madre, ad altri crudelissima e dispietata matrigna? Io veggo i tua figlioli esser dati in altrui servitù sanza mai benefizio alcuno; e in loco di remunerazione de’ fatti benefizi, esser pagati di grandissimi martiri; e spender sempre la lor vita in benefizio del suo malefattore.
I preparativi volgevano al termine. Le scenografie erano pronte per essere appese nel cortile di UTOPIA, dove di lì a poco la Festa dell’Unicorno avrebbe avuto inizio. Che cos’era UTOPIA? Un progetto più facile a dirsi che a farsi, come amavano commentare i suoi fondatori. Si trattava di un’officina delle arti concepita sulla filosofia della antica bottega artigiana, luogo in cui la sapiente mano, mossa da uno spirito impaziente di varcare i confini, faceva maestria dell’intuizione tesa verso l’alto. Le antiche botteghe erano, infatti, state le protagoniste di un periodo d’oro, contribuendo allo splendore della Firenze che fu, attraverso la bellezza delle opere d’arte e dei loro manufatti. L’officina, dopo molte vicissitudini aveva trovato il suo spazio fisico in un magazzino posto nelle vicinanze del centro storico che i sette ragazzi avevano ristrutturato con molta fantasia, pochi soldi e molto olio di gomito. Ognuno di loro svolgeva un lavoro diverso dall’arte che si accingeva ad insegnare durante gli orari serali di apertura dell’Officina. Necessità data dal doversi mantenere e vantare almeno quel briciolo di autonomia, che si riduceva al potersi pagare un affitto e mangiare. La loro ambizione volava lontano: avrebbero voluto tutti e sette vivere solo dei ricavi dati dal loro laboratorio. Quest’ultimo non rappresentava per loro soltanto un sogno, ma la rappresentazione reale di un modello di vita diversa dalla passività, indotta dal mondo virtuale a cui appartenevano. Non lo condividevano. Quell’epoca era spiegabile in tre parole: materialismo, solitudine e depressione. Se all’uomo veniva tolta la possibilità di esprimere i suoi lampi di genio, era privato dell’anima. Risultato: l’abbrutimento aumentava, la disperazione avanzava e lo stesso essere che un tempo si rese capace di toccare vertiginose altezze, regrediva a quel tipo di bestialità che neanche gli animali hanno mai conosciuto, facendosi portatore di distruzione di ogni cosa che incontrava, senza bisogno di un perché o di addurre giustificazione. Al contrario, credevano che conoscere le arti e soprattutto praticarle avesse un effetto terapeutico sulle persone, in grado di evitar loro di ammalarsi. Investivano, così, tutte le loro energie nello sviluppo di UTOPIA. Una volta conosciuta, la loro missione avrebbe potuto avere un serio inizio. I banconi di quei locali non aspettavano altro che le persone vi stendessero sopra i loro progetti, fatti di disegni, sculture, manufatti in legno, stoffe da cucire, cappelli da mettere in forma, negativi da stampare, mazzi di fiori da creare, metalli da incidere. La gente non era mai molta, almeno fino ad allora.
I passanti preferivano proseguire il loro struscio, incorniciato da un’immagine ipocrita ed andare a vedere le vetrine delle boutique delle grandi firme: lo ritenevano lo svago, atto al mantenimento dello status quo di un rango da difendere o da guadagnare all’apparenza. All’epoca il sembrare contava sicuramente di più dell’essere. I ragazzi non si perdevano d’animo e continuavano a capo chino e mesto nei preparativi della festa dell’unicorno. Un po’ ridondante come nome? A loro piaceva per l’immagine che il cavallo alato, con il corno in fronte, evocava: l’animale guida che conduce chi lo segue alla luce. In una cornice allietata dalla musica e dal buon cibo, era stato organizzato un fitto programma di eventi che si sarebbero succeduti in contemporanea. Oltre ai giochi, ci sarebbero state le dimostrazioni: Lorenzo avrebbe dato forma alle sue microsculture plastiche, Cosimo avrebbe invitato gli ospiti a provare l’intaglio del legno, Eleonora avrebbe improvvisato abiti imbastiti sui corpi dei visitatori, con stoffe dipinte a mano, Elisabetta avrebbe fatto indossare le sue collezioni di cappelli, Beatrice realizzato creazioni floreali, Francesco il traforo fiorentino del metallo e Sofia, mostrato le tecniche calligrafiche, regalando le sue poesie illustrate da incisioni tascabili. Tutti vestiti in maschera con l’intento di far divertire il pubblico, togliendo dall’imbarazzo grandi e piccini e far sì che sentendosi a loro agio, potessero partecipare ai giochi ed esprimersi liberamente. Sarebbe stato un modo di far conoscere le loro attività e di far passare una domenica con il sorriso. Non una domenica qualunque, tuttavia. Si trattava del 25 marzo, l’antico capodanno fiorentino, giorno in cui si festeggiava l’inizio della Primavera e del calendario, omaggiando la dea Flora con giochi, musiche e danze nella speranza di ingraziarsi i suoi favori. Francesco intratteneva intanto, i primi visitatori con la celebre storia dei giochi che si tenevano in piazza S. Croce, quando i cavalieri si sfidavano a colpi di lancia in sella ai loro destrieri. Quanto gli piaceva descrivere nei particolari i costumi dei suoi antenati! Avviandosi alla conclusione del discorso, si soffermava sempre a spiegare come fosse nell’uso dei concorrenti più forti di legare al braccio, il fazzoletto della dama più bella della città. Pare che Giovanni dalle Bande Nere avesse avuto il privilegio di annodare il velo di Simonetta Vespucci, parente del più noto navigatore non ancora nato, considerata ai tempi l’ideale della bellezza femminile, cantata dal Dolce Stil Novo, ma soprattutto ritratta nella Venere del Botticelli. Se le storie di Lorenzo e Cosimo non erano ancora giunte a languire, erano in ritardo: la festa doveva cominciare! Tutti erano pronti, ma qualcuno mancava ancora all’appello: dov’era finita Sofia?
di Ilaria D’Adamio scritto il 03/04/2014 ore 17,12 _parte 3 del II Romanzo Inedito LA NASCITA DI UNA NUOVA STELLA di Ilaria D’Adamio



