IL BURATTINAIO
Articolo scritto da: Ilaria D'AdamioIl Burattinaio di Ilaria D’Adamio
Un teatro di carta, dalla cornice dipinta da grottesche, campeggia in piazza della Signoria ogni martedì e giovedì, durante i giorni del mercato. Il luogo brulica di persone, dedite ai loro commerci. C’è chi baratta i prodotti della terra con vettovaglie in vasellame per cucinare, chi scambia coperte ricamate per pochi popolini. Si odono le odi dei mercanti che richiamano le donne e gli acquirenti a visionare i tessuti che provengono da Oriente, o le lane filate oltre le mura della città. Mentre le aste dei venditori di bestiame proseguono fino a tardi, il mercato trascorre al ritmo del battere dei ciabattini all’inizio di via de’Calzaiuoli. Un martellare che scandisce i gesti veloci dei pellettieri, intenti a riparare i sacchi di ventura dei mercenari. Pochi passi più indietro, i carpentieri tirano fuori dalla forgia i metalli incandescenti, disegnando arabeschi per aria. Per tutta la giornata continua un grande andirivieni di gente di passaggio. Tra i profumi dei pani, sfornati di fresco, fatti con la farina del Granaio di dietro alla Chiesa di Orsanmichele, ognuno bada a portare a termine i propri affari. In tutto quel fracasso agghindato a festa cittadina, nessuno va via, senza prima essersi soffermato, almeno una volta, di fronte al Teatrino di Carta con le ruote. Su quel palcoscenico, un uomo tira le fila di personaggi di legno intarsiato, vestiti con abiti cuciti a mano. Le sue storie sono appassionanti e raccontano di gente comune, di nobili, condottieri e mercanti: ne ha sempre una da dire su tutti! Sapidi dialoghi coloriscono l’azione che talvolta muove al pianto, talaltra sfocia nello “scrosciar” delle risa. L’uomo sa fare il suo mestiere, allungando o accorciando i suoi poemetti a misura del pubblico. A chi glielo domanda, lui risponde che il suo mestiere non s’impara, né s’insegna: è solo una questione di saper muovere i fili. Un filo che congiunge due punti, posti ad una certa distanza. Un filo messo lì, a misurare un segmento dalla lunghezza variabile. Gli estremi indicano sempre l’inizio e la fine, sospesi nello spazio ed indicibili, come la nascita e la morte. Vista l’infinitesimale grandezza e data la loro capacità di essere infiniti su una retta, si direbbe proprio che i suddetti punti rappresentino ognuno, un individuo. In tal caso la corda che li unisce, indicherebbe la relazione che intercorre tra quei due personaggi
viventi. L’esattezza della misura di quel segmento risulta, in entrambi i casi, approssimativa. L’unica certezza è che la corda è tesa. Se fatta vibrare, produrrà dei suoni di diversa altezza a seconda del punto in cui verrà toccata. L’importante è che siano suoni, mai rumori. L’uomo ripete sempre che la sua ricerca è l’armonia. Tornando alla corda, non è dato sapere quanto misuri. A volte è lunga, altre è corta. In molti hanno lavorato a questo calcolo, ma la risposta è rimasta vaga. Hanno parlato di un numero, seguito da una coda di infinite cifre dopo la virgola: immaginarsi che traffico! I più sbrigativi lo indicano con una lettera ed hanno immaginato che descrivesse il rapporto incommensurabile che sta tra una circonferenza ed il quadrato inscritto al suo interno. Cose complicate e soprattutto non certe. A sentir parlare d’incerto, figurarsi se gli artisti potevano esimersi dal dire la loro. Ne contemplarono plurime applicazioni, infatti, fino a battezzarlo come lo strano caso della sezione aurea. Pare che la sua visione renda più gradevole il mondo. Questa, forse, la spiegazione del perché un nutrito pubblico si accalcasse sempre, di fronte al sipario levato del Teatrino di Carta con le ruote. Nonostante le storie, il fascino di quel palco resta nel mistero della lunghezza di quella corda, a cui tutti sono appesi. Ragion per cui, spinti a voler conoscere il proprio futuro, gli spettatori sostano fino al termine di ogni operetta per ascoltare, sempre e di nuovo, uscire dalla bocca dell’uomo, quelle stesse parole: – Aprite gli occhi o voi che udite, in fretta agite ad utilizzar libero arbitrio a voi concesso, per tosto togliere dalle mie mani le fila della vostra fortuna e compir da soli la trama del vostro destino. Chi fosse quell’uomo, nessuno sapeva dire. Lo chiamavano Il Burattinaio.
ILARIA D’ADAMIO (scritto il 03/04/2014 ore 17.11, PROLOGO del mio secondo romanzo inedito “LA NASCITA DI UNA NUOVA STELLA”)



