“I FIGLI DI GIOVE” di ILARIA D’ADAMIO

Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio

I Figli di Giove – SCRITTO IL 14/03/2014 ore 12.09 di Ilaria D’Adamio

Nati dal seme di un Dio che si unì ad una Sirena terrestre di sangue nobile, nelle acque purificato, condivisero il loro primo soffio d’aria, i figli di Giove. Intrisi della luce di un lampo che si abbatté sulla Terra, furono partoriti da un vortice marino. Con una delicata carezza, la settima onda appoggiò sulla riva, la barca a forma di foglia, rivestita di coralli del Mar Morto, che trasportava il loro corpo. Scaturiti dalla morte che precede la vita, veicolati dal ricordo di nascere, senza che fosse accaduto mai, la loro venuta al mondo si levava a celebrazione dell’innocenza, “racchiusa nel palmo” di un gemito. La superficie dei flutti si ridestò alla calma di una tavola piatta. Alla loro nascita, infatti, le onde concentriche si richiusero in un sol punto, trasformato in una lacrima di perfezione che, ormai perduta, affondò come una bolla d’aria che cammina al contrario, sino a perdersi sui fondali dell’abisso. Risalita la sabbia, che li aiutò a prender forma, di meraviglia, il loro sguardo si dipinse di fronte al verde giardino incantato. Durò un solo istante. In un battito di ciglia dimenticarono il simbolo di Giove che li aveva incoronati alla nascita Arcieri dell’Anima dall’Arco a Semiluna. Erano conosciuti per essere gli unici centauri in grado di elevare l’anima verso il cielo, arpionando con le loro frecce lo spirito di Mercurio, il Filosofo, per farlo discendere sul pianeta Terra. Terra, sinonimo di quella materia paralizzante, a cui erano costretti a restare ben attaccati con il loro corpo. Impedimento massimo a spiccare il volo, da cui la rimozione. I figli di Giove non ricordavano niente della loro storia: qualcosa, evidentemente, non aveva funzionato! Portavano dentro l’oblio, mentre il pesante fardello di essere stati generati da un terremoto, si dipanava in una lacerazione interiore. La condanna al limite dell’epidermide sottile, apriva le porte alla nostalgia dell’infinito. I pori non erano grandi abbastanza per esprimere il potenziale di emozioni, concentrate in un cuore, strangolato da quell’unica certezza che non avrebbero trovato mai comprensione in quel mondo. Si lasciavano, così, cadere, seduti a terra, uno dopo l’altro. Che avessero bisogno di trovare una ragione, per ricordare il simbolo ed adempiere al loro destino? Erano in tanti, i nati che restavano in quel giardino dalle parti del Paradiso, mentre i genitori scontavano la pena di una vita, costretta in dimensioni ridotte.

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Tre, i Regni cantati dal Sommo Poeta, il cui indirizzo, grazie alla caleidoscopica illusione del verbo, fece credere agli uomini, essere situato nell’aldilà. Solo uno dei Regni era privo dei veli dell’apparenza, posto al di sopra del bene e del male. Nella realtà era collocato lontano, ma nel presente. I figli di Giove con il loro guardare attraverso, lo sapevano bene! Languido ed incolore era il sorriso degli infanti, impercettibile la loro espressione. Non avevano bisogno di entrare in relazione con gli altri, in quella realtà costruita sopra una Babele di lingue che seminava confusione intorno alle poche cose importanti da conoscere. Restavano là, seduti a guardare, sospesi all’interno di cristalline sfere di sapone. Ad ognuno di loro era stato ricamato il simbolo di Giove sul grembiule, ma restava un segno senza senso, in un asilo privo di giochi. Dietro l’incanto provato dal fluire infinito, un bambino, mosso solo dalla forza dell’amore, ruppe, un giorno, l’incantesimo. Si alzò in piedi e finalmente libero, anche se per un solo istante, si guardò intorno. Il tempo scorreva veloce che era già, quasi finito, anche se appena iniziato. Doveva fare in fretta ad escogitare uno stratagemma, per rompere quella catena. Doveva riuscirci, per liberare tutti gli altri. Affascinato dal verde brillante, si addentrò nella rigogliosa foresta, i cui alberi splendevano di turgidi colori. Raccolse dei ramoscelli di legno leggero. Li unì insieme con dei filamenti di erba, a formare dei rombi. Prese, poi, delle sottili radici penzolanti e le annodò ad un vertice della leggiadra struttura. Ricoprì la superficie vuota di ogni quadrilatero con petali blu, gialli, viola. Tornò al salotto d’inverno, in cui, immobili, stavano gli altri e mostrò loro la sua creazione. Il piccolo voleva far volare i pesci in cielo. La sua leggera costruzione fu portata in alto dal soffio del vento, che cautamente lo avvisò di non lasciar mai andare troppo la corda, a cui aveva legato la sua navicella. Il bimbo tornava a farla volare ogni giorno, migliorandone le componenti, a poco a poco. Creò un’impugnatura con un legnetto, su cui far girare la corda. Ripeteva sempre gli stessi gesti: prima, faceva svettare il suo pesce tra le nuvole, poi, lo richiamava a sé, girando la cordicella sette volte intorno al legno, verso il basso, per riavvolgerla ancora, su se stessa, per sei volte, ma verso l’alto. Avanzava un giro in su: uno scalino intangibile da guadagnare con la crescita. Per il momento era meglio mantenere un po’ di lunghezza libera, per continuare a dare corda.
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La funicella era così, ben assicurata ed il suo pesce volava sempre più in alto. Incuriositi dal giocattolo, anche gli altri bambini cominciarono, timidamente, a costruire i loro animaletti di legno e petali colorati. Gli alberi del giardino cominciarono a sorridere. Furono felici di accontentare i bambini. Erano certi che le loro mani delicate non avrebbero mai rovinato il gambo, a forma di “C” dei loro fiori, a dodici petali. I bambini ne sottraevano, infatti, sempre e solo cinque per fiore. Contribuirono, in tal modo, all’evoluzione. Le meravigliose infiorescenze divennero gemme, sempre a forma di “C”, ma con un peduncolo di “7” petali. Da quando impararono a far volare i pesci, i bambini compresero il significato del ricamo sul loro grembiule: il simbolo del loro pianeta Giove. La semiluna della loro anima non era altro che la “C” dei fiori, ribaltata di fronte allo specchio. Avevano dovuto trovare un motivo che li legasse alla Terra, per essere risvegliati. Avevano avuto bisogno di una ragione del cuore, per essere felici. La Danza degli Aquiloni Pesce si ripete all’alba ed al tramonto di ogni giorno, creando un disegno sulle volte del cielo. E’ un accordo armonico, dipinto con le onde della mente, dai figli di Giove: raffigura tutti i sogni del cuore, del mondo.

2014  Ilaria_D’Adamio

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