“Il Percorso di Psiche” di Ilaria D’Adamio
Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio“Il Percorso di Psiche” di Ilaria D’Adamio
“Che le parole più belle fossero quelle non dette, valeva, soprattutto, quando a parlare era l’amore. A guardare fuori dalla finestra. Il sorriso sulle labbra. Così si spense l’anziana signora. Amen.” Ecco il finale della storia che volevate tanto udire, mie care amiche. Immagino il risentimento, ma non è possibile ascoltare sempre ciò che ci piace sentirsi raccontare. − Di nuovo la storia del vetro ghiacciato, da cui osservare la realtà? − Sembrava che ti fossi ributtata nel mondo e adesso? Ma guardati! Di nuovo col cucchiaio pronto per esser tuffato nella cioccolata. − Ma perché non esci? La regola del “chiodo schiaccia chiodo” funziona, parola mia! − No, è che lei non si accontenta, cerca sempre qualcosa di più. Non sa vivere il presente. − Suvvia! Il periodo dell’amore ideale è tramontato! Sveglia! − Che tristezza, poi, quella donna deve esser morta, senza mai aver potuto raccontare le sue
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favole ai nipoti, dal momento che si suppone non abbia mai concepito un figlio… − Lacrime e pianti! Ecco, cosa sei diventata! Sei troppo negativa. Siamo a conoscenza delle ardue vicissitudini che ti hanno portato fin qui. Ma non ci avevi messo un punto? − No, non ci sente da quell’orecchio! Strazi e tormenti: ecco il nutrimento dell’ispirazione letteraria, altrimenti come farebbe a sopravvivere? − Cambia vita e riprenditi! Fai un viaggio, va ad abitare in un altro paese. Non sei così male dopotutto, basterebbe rimetterti un po’ in forma. Dov’é finito il coraggio che ti ha da sempre caratterizzato? Una forza che ti ha fatto commettere pazzie! Sembri lo spettro di te stessa…
Rinata a nuova consapevolezza, sono felice nel qui e ora. Questo é quanto basta. Non chiedetemi di far progetti, però, che mordo! E’ il cielo terso in una giornata d’inverno a nutrire la mia anima.
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A tarda notte è il pulsare di quella Stella in alto sul sipario della notte, irrorato dal faro della Luna. Un Stella che sembra mi chiami a lei, indicandomi una strada di luce. Essa mi esorta ad attendere qui, perché molto è il lavoro che ho da fare prima di tornare a casa. Ma sento forte di dover credere a ciò che la mia anima reclama tanto fortemente, che, forse, potrebbe tornare.
Troppe volte ho udito la voce “CIAK! Si gira!”. E’ che non mi sono mai sentita un’attrice sul palcoscenico, soprattutto quando, di colpo, ti accorgi che la platea è vuota ed è inutile attendersi almeno un applauso. Mi preferisco nel ruolo di regista del film della vita. Adoro osservare da dietro le quinte. Roba per addetti ai lavori! Ho sempre avuto poco da raccontare: non ho memoria per le storie troppe lunghe, né pazienza per tenere a mente i nomi, figurarsi le date! Ricordo, però, perfettamente tutti i frame del film vissuto fin qui, quegli istanti che mi hanno toccato, quelli belli in particolare.
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Troppo sensibile, per vivere. Conscia degli abbandoni, consapevole che, talvolta, devi dire “Addio!”. Energia da vendere, ma mi sono sempre fermata un attimo prima di ferire le persone, a cui tengo. Faccio fatica a vivere di rimorsi e non ho mai scelto l’amore per dovere, o per senso di colpa! Ma stavolta è diverso! In che senso? Riavvolgo la pellicola e ve lo racconto! Siete rimaste al punto del fatidico momento, come se qualcuno dovesse partire per un lungo viaggio. Ero io ad aver fatto i bagagli e non me ne ero accorta? Forse sì, o forse no? Quanta strada è stata percorsa prima? Chilometri di esperienze a svelare le maschere dell’apparenza, per definire con maggior precisione la mia posizione, come un punto infinitesimale in questo sterminato universo. Alla ricerca, credo, della base da cui partire, rassettando di volta in volta il filo della coerenza dei miei passi, realizzati in un’unica direzione. Sembra proprio di esser stati gettati su questo pianeta, catapultati in avanti con l’unico fine di tornare indietro.
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A volte sarebbe più facile morire per evitarsi tutta questa sofferenza. Immagino che sulle prime vi chiederete dove mai sarò andata a finire? Eh! Difficile davvero rispondere. Il fatto è che non lo so neanche io. Ecco la storia che mi ha spinto su su in alto in cielo per, poi, scendere nell’oscurità e poi, di nuovo, tornare a respirare. “Eppure bastò uno sguardo, per capire tutto. Un sorriso si sollevò da dietro al libro, gelosamente letto nell’angusto sedile della metropolitana che ogni mattina l’attendeva per accompagnarla a lavoro. Dopo anni era tornata ai classici. Stava leggendo, infatti, Le Metamorfosi di Apuleio. Il cappello sugli occhi, conservava ancora il tepore delle coperte sotto il pesante cappotto, col naso che respirava il profumo della lana della sciarpa. Un momento ideale per restare con il piede in due staffe: abbastanza con se stessa, ma già catapultata nel mondo.
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Le piaceva la sua vita, o meglio, si accontentava di una vita semplice, pur di stare accanto alle persone a cui voleva bene e che, mai, avrebbe potuto tradire. Nella routine trovava le certezze per andare avanti. Quest’ultime erano diventate la rampa di lancio per spiccare il volo nel mondo dei sogni. Se non le avesse avute, sarebbe caduta in preda all’incertezza ed avrebbe avuto molte più remore a volare via. Qualcosa, tuttavia, mancava da un po’ di tempo, a colorare le pareti dell’altissima torre che la ospitava. Non so…uno schizzo fuori schema, una nota stridente, una qualsiasi forma di errore che prontamente innalzato ad eccezione avesse potuto confermare la sua regola. Quale? Quella norma da conoscere per dare un senso al dilemma della sua vita e tenerla prontamente sotto controllo. Se l’eccezione, invece, fosse diventata la regola della sua esistenza? Il pensiero le strinse lo stomaco e voltò mentalmente pagina a quel discorso.
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Era da un po’ di tempo, però, che non poteva non notare alcune coincidenze che, stranamente, sembravano riflettere all’esterno i suoi stessi pensieri. Le trovava all’interno dei cartelloni pubblicitari, come sugli slogan che verniciavano di colorati graffiti i muri. Le parole delle persone facevano da eco alle sue domande più intime, dette, quasi, con l’intento di indicarle una via. Non erano altro che casuali coincidenze, si ripeteva. Ad un tratto fu risvegliata dalla voce squillante di un uomo, che definire brutto era un eufemismo, che, con fare ammiccante, le chiedeva l’ora con una certa insistenza. Si catapultò a cercare l’orologio sotto le pesanti maniche del cappotto, poi del maglione e mentre con la mano lo avvertiva al tatto, fece malauguratamente quel gesto con la testa. Niente di particolare, alzò soltanto le sopracciglia, prima di rispondere al vicino e, così facendo, notò, tra i passeggeri in piedi di fronte a lei, un’alta figura maschile, nascosta per metà dal palo per tenersi in equilibrio. Sembrava avesse seguito la scena attentamente.
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La guardò dritto negli occhi con uno sguardo intenso e, così profondo, che la catturò per diversi secondi. Fu nuovamente riscossa dalla voce assillante dell’uomo che le aveva chiesto l’ora, che a quanto pare non vedeva l’ora di presentarsi. Fu costretta a girarsi, non poteva non rispondere al disturbatore di quell’istante, almeno per educazione. L’istinto proteso verso l’inaudito campo magnetico emanato dall’uomo dietro al palo, la esortò ad alzarsi per restare almeno a metà tra i due, che sembrarono, di colpo, essersi svelati contendenti. La ragazza sudava…L’uomo dietro al palo indietreggiò col volto. Lei, costretta a dare quella benedetta risposta, cercò di sbrigarsi, ma il ragazzo dell’ora colse la palla al balzo ed iniziò a chiederle come si chiamasse, che lavoro facesse e se prendesse abitualmente il treno in quell’orario, perché lui non l’aveva mai vista prima. Quante parole!… E pareva che non finisse più… Perché proprio nel momento, in cui stava suonando la più celestiale delle melodie dietro le sue spalle, il tempismo aveva decretato che dovesse dichiararsi il più ordinario fan del pop, innamorato talmente dei suoi
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discorsi da non demordere, impedendo che venisse trasportata da quel perfetto magnetismo che scaturiva da dietro al palo? Costretta dalle circostanze a rispondere all’egocentrico, teneva sotto osservazione che l’uomo dietro alle sue spalle non le sfuggisse,. Ne avvertiva forte la presenza. Accidenti! Era arrivata a destinazione, il treno stava per fermarsi. Il tipo dell’ora, scusandosi, si chinò a prendere la 24 h, ancora sul sedile. Figurarsi il dispiacere, non immaginava che favore le stesse facendo in quell’istante. Lei si girò di scatto per rincontrare lo sguardo del ragazzo dietro al palo, ma…non c’era? Lo cercò freneticamente tra i mille volti dei passeggeri, finché i suoi occhi non si bloccarono, incontrando quelli di lui vicino alle portiere. Ancora una volta quell’intensità? Sorrise che sembrò una visione e con il labiale le sussurrò: – Comunque… Io mi chiamo Eros! La ragazza si affrettò all’uscita, avrebbe voluto chiedergli qualcosa, ma cosa?
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Non sapeva, dopotutto qualcosa avrebbe inventato. Il vicino, intanto, stava ancora a chiacchierare. Basta! Si girò e lo liquidò gentilmente, pronta a scappare, ma l’uomo continuò a trattenerla, chiedendole il numero di telefono. Lei, il volto, ormai girato verso l’uscita: – No, guardi, non è proprio possibile. Chissà magari un’altra volta… Il ragazzo del palo, intanto, era già sceso! Oddio, no! Si fece largo tra la folla che pressava la discesa: – Permesso, permesso, devo proprio scendere! Scusate, scusate! Generò non poche lamentele tra le persone intorno, ma lei non si preoccupava di nulla, non poteva perderlo, doveva correre. Inciampò quasi, ma prontamente fece un salto e si trovò sui binari. Una volta scesa, però, del ragazzo del palo, non v’era più neanche l’ombra! Le mani disperate alla testa, le fecero togliere il cappello con un gesto stizzoso.
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– Ecco, vedi… quando si dice il destino contro?!- esclamò ad alta voce.
Da quel giorno non passò una mattina senza che lei non pensasse all’uomo del palo. Lo continuava a cercare sulle sedie vuote del treno, sempre più sprofondata nei suoi pensieri, rinchiusa nella sua goffa postura. Leggere le era diventato sempre più difficile, talmente era persa nelle sue ricerche senza fantasia ed emozione. Il libro, sempre lo stesso volume, era giunto all’inizio di una favola. Si esortò a proseguirlo, pensando che, forse, ne avrebbe potuto ricavare qualche spunto, per lenire la sua angoscia. Si sforzò, così, di leggere: “Quando i pensieri volano, i desideri si fan parole trasportate dalla musica nel vento, pronti a diventar reali. Questa è una storia veramente accaduta, svelata solo a chi, fortemente ha creduto dell’amore il senso. Che ne fu dell’amore per sbaglio da Cupido creato? Una dea, sua madre, ad onor delle cronache la più bella, non sopportò l’offesa di una beltà di siffatta
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perfezione nei panni di una giovane mortale, ancora in attesa di trovar marito. La sua ira ordì un piano per sbarazzarsi di lei. Sedusse il figlio, il più baldanzoso e irreverente degli dei minori, per ordinargli di scagliare la sua freccia, affinché la fanciulla s’innamorasse dell’uomo più brutto sulla faccia del pianeta. Ma Cupido restò stordito dinanzi a tal virgineo volto e sbagliò mira, colpendo per errore il suo stesso piede: s’ invaghì perdutamente di lei. Ma l’Oracolo, consultato dai genitori di Psiche, tuonò. Condannò l’amore impossibile tra un dio ed una donna terrena, decretandone il funerale. Un corteo a lutto precedette il venir legata ad una scogliera, per Psiche l’infausto destino, di morir inghiottita da un mostruoso serpente che l’avrebbe stritolata, dopo averla stretta nelle sue schiaccianti spire. Della bellezza l’unica colpa, a morir per vendetta della brama? Oh, anima che ti ammali inseguendo i seducenti tornanti dei sensi, non puoi, così, che morir avvelenata.”
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Se escludeva la presenza di Afrodite, perché ad eccezione di qualche naturale gelosia, dimostrata dalle madri degli ex fidanzati, non aveva vissuto, fin lì, mai niente di similare e, a parte il fatto che lei non era così particolarmente bella, avrebbe potuto concludere di sentirsi molto simile alla protagonista della storia. Sì, legata ad una roccia, mentre i suoi familiari assistevano al suo funerale, riproponendole le solite affermazioni su quanto potesse sentirsi un fallimento, dal momento che alla sua età, dopo tanti capogiri, non aveva ancora concluso nulla, non era stata capace di prendere una decisione nella sua vita, che andasse al di là dell’ordinaria amministrazione e quindi nella direzione abituale di costruirsi una famiglia. In conclusione aveva tutto il diritto di sentirsi, come qualcuno pressato dall’orribile macigno dell’avere tutto ancora da dimostrare, nonostante i molti tentativi e gli estenuanti sacrifici per mettere in pratica le proprie passioni. Aveva da sempre lottato per la propria autosufficienza ed in parte vi era anche riuscita, ma poteva dirsi felice? Quella mattina, presa da un raptus, decise di svoltare a destra, una volta scesa dalla metro.
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Avvertì in ufficio che non si sarebbe recata a lavoro, perché malata e decise che aveva bisogno di camminare: per prendere un po’ di ossigeno ed, evidentemente, continuare quella lunga chiacchierata con se stessa. Perché continuava a sentirsi così legata a quella scogliera, rappresentata dalla sua routine? Imprigionata a tal punto da non riuscire a slegarsi? Qual era la sua vera colpa? Pur non avendo fatto ingelosire una dea, cominciò ad osservarsi. Era difficile ammetterlo a se stessa, ma, in fondo, quanto aveva lottato per raggiungere i suoi obiettivi? Il suo difetto non era stato, forse, quello di accontentare più gli altri, le persone a cui teneva, prima di badare a se stessa? Prendere decisioni, con il plauso di quelle poche persone, calmava la sua visionaria irrequietezza: ecco perché tutte le sue ambizioni non erano diventate niente di più che passatempi per il tempo libero! Questo metteva d’accordo tutti i suoi cari. In fondo che importanza aveva per gli altri, se lei viveva solo per quegli unici momenti, in cui poteva liberare la penna sulla carta e scrivere?
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Trovava ingiusto che, nonostante avesse impegnato, così tanto tempo, a mediare per risolvere i problemi altrui, a lei non fosse rimasta che la brutta copia dei suoi racconti, mai pubblicati, ricevendo in cambio solo un’esigua considerazione delle sue esigenze personali. Eppure non era stato sempre così. C’erano stati momenti lunghi nel suo passato, in cui aveva combattuto a testa alta a difesa delle sue priorità letterarie ed aveva commesso pazzie per amore. Chi era diventata oggi? Non sapeva rispondersi. Sicuramente non riusciva a sentirsi più libera. Constatazione che visto il suo carattere aperto e schietto, suonava proprio come una bestemmia in pubblico! Ad un tratto la sua attenzione fu riscossa da alcuni segni, disegnati sui cartelli stradali. Un segnale di divieto di accesso era stato trasformato nella figura di un omino con le braccia ammanettate: non c’era immagine che potesse descrivere meglio la sua sensazione del momento. Intanto percorreva le strade del centro e notò ancora cartelli con frecce, ad indicare una direzione, come fossero state cambiate appositamente per lei.
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Un percorso decisamente surreale, ma quella mattina decise di percorrerlo. Camminò tutto il giorno in maniera estenuante. Cosa stava cercando? In fondo lei sapeva bene, quale fosse il suo pensiero fisso, ma non riusciva ad ammettere a se stessa che la vera ragione, per cui stava dando sfogo a quella folle passeggiata metropolitana fosse il desiderio di vedere ancora quel sorriso che in una mattina di inverno le aveva fatto perdere la testa. Giunse ad una piazza e decise di entrare in un locale per sorseggiare un caffè. Ad un tratto un tale, dall’aspetto grossolano, le si avvicinò, chiedendole che ore fossero. – Ci risiamo!- pensò tra sé. Gli comunicò l’orario con una risposta secca, per essere lasciata in pace il prima possibile, vista l’importanza dei ragionamenti che stava intrattenendo con la sua testa. L’uomo non si accontentò dell’ora e cominciò a raccontargli la sua vita, dei figli, delle speranze ormai perdute e di un matrimonio andato male.
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La ragazza non sapeva come fare ad uscire da quel ginepraio di domande botta e risposta che l’uomo, insistendo, continuava a rivolgerle come in un soliloquio infinito e a senso unico. Ad un tratto si sentì afferrare per un braccio. Prima di potersi girare di scatto per capire chi l’avesse strattonata, udì una voce: – Lei sta con me. Uh, ciao cara, scusa, sono in ritardo per il nostro aperitivo! Andiamo? Arrivederci è stato un piacere. – rivolgendosi all’uomo e portandola via. Non poteva credere ai suoi occhi: era il ragazzo del treno! Lei cominciò ad ansimare e trattenne il fiato per circa mezz’ora, prima di riprendersi. – Perché mi hai portato via in quel modo? – Bhé, qualcuno avrebbe, comunque, dovuto salvarti da quella orrenda situazione. Passando di qui, l’ho fatto io. Spero non ti abbia infastidito. – No, figurati. Pare che capitino sempre a me. In ogni caso ci tengo a farti sapere che, di solito, non accetto facilmente queste “cortesie”. Sono abbastanza brava a difendermi da sola.
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– Certamente…comunque…ti vanno un panino e due chiacchiere, se non ti sembra troppo invadente?
E’ abbastanza scontato che la ragazza acconsentì subito, mantenendo un certo tono. La serata proseguì per ore, a parlare di tutto e del niente, a ridere ed a cimentarsi su discorsi ideali. Dall’esterno si evinceva un quadretto che profumava di armonia. Ad un tratto lui le chiese di andare a casa sua, visto che avevano esaurito le voci del menù del bistrot, continuando a star seduti a quel tavolino. Lei, inizialmente stupita, storse il naso, passò in disamina tutti i motivi che avrebbero reso inappropriata una sua risposta positiva. Ve ne erano troppi! Allora chiuse il cervello e dopo tre lunghissimi secondi si lasciò scivolare un fatidico, quanto irreparabile: Sì! Li accolse un piccolo appartamento, inebriato subito da una gentile musica di sottofondo e da una calice di vino, stappato dall’uomo per rompere il ghiaccio. Non vi fu bisogno di mettersi a sedere per continuare la conversazione.
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Il ragazzo andò allo stereo, selezionò un brano. Si girò di nuovo a guardarla con un’intensità che le fece scorrere i brividi sulla schiena. Le prese delicatamente la mano ed iniziarono ad improvvisare un tango ad occhi chiusi, avvolti in un abbraccio sensuale ed affettuoso, il cui calore divampò per la stanza. Fu lì che la baciò. Fu lì che lei capì, che non avrebbe mai più potuto tornare indietro. Sì, perché per la prima volta nella sua vita provò un’emozione unica e completa, un barlume di luce, la felicità al di là di ogni aspettativa. In un istante si dissolsero tutte le sue paure ed ebbe la certezza di sapere che avrebbe potuto dare una svolta alla sua vita, trovare la forza di fare tutti i cambiamenti, necessari al suo carattere titubante e magari pensare, anche, a diventare mamma! – Roba da matti!- direte voi – Celestiale!- pensò lei. Quando la riportò a casa, le comunicò che il giorno dopo avrebbe dovuto andare via per un viaggio di lavoro, che l’avrebbe tenuto fuori per alcuni mesi.
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Lei capì che, forse, quella sarebbe stata l’unica e l’ultima volta, in cui si sarebbero incontrati, ma come intontita da quella sensazione di completezza, non ci rimase male. Non gli chiese niente, dopo tutto si erano già scambiati il telefono. E’ come se dentro di lei avesse maturato una certezza, a cui avrebbe tenuto fede per tutta la vita. Era talmente conscia di quanto aveva provato, che sapeva quanto preziosa fosse: un’emozione così forte era talmente raro che s’innescasse tra due esseri umani! Se lei aveva toccato il cielo con un dito, lo stesso doveva esser capitato, per forza, anche a lui. Immaginava. Lo salutò come se, non fosse che un arrivederci. Visse giorni e giorni in una sorta di stato di grazia, incorniciato da una stimolante tensione che lasciava vibrare, di pura creatività, ogni cosa che faceva. Ma non durò a lungo. Passò molto tempo. Ogni mattina sul treno, la ragazza se ne stava, sempre più, ricurva su se stessa. La solita vita. I soliti perché. L’immagine del ragazzo, che sfumava ormai nella testa, non riusciva ad oscurare quell’emozione di improvviso
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riconoscimento, di sollievo, dato dall’esaurirsi di tutti i bisogni in un istante, che quella notte provò bendata in quell’unico tango della sua vita. Arrivò a domandarsi se fosse accaduto davvero. Un giorno riaprì il libro e lesse: “La ribellione di Cupido non tardò. Arrivato a liberar l’amata sulle ali di Zefiro, la portò al suo castello e notti di pura passione furono. Ma un’insidia ancora li attendeva. Sfregandosi le mani, l’invidia delle sorelle si approfittò dell’ingenuità di una mente pura, che fin lì solo il cuor trepidante aveva seguito. Perché la vostra unione solo al buio deve accadere? Che Cupido abbia qualcosa da nascondere? Che sia perché le sue sembianze sono in un terribile mostro trasfigurate? Voce dopo voce, gocce di dubbio instillate nell’assenza del pregiudizio, convinsero la ragazza insicura a liberarsene. Una notte, quando, l’amante arrivò, la fanciulla decise di sferrar l’ultimo colpo a chi la sua virginea purezza aveva rubato.
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Un attimo prima, la curiosità la sorprese nel cercar una prova. Accese il lume ad olio e di uomo, mai più bello, si erano viste le sembianze. Psiche tremò per l’esser caduta nel fazioso tranello e nella fragilità del pentimento, le braccia tremarono sino a far cadere olio bollente sul volto di Cupido. Ferito dal dolore, se ne andò, diventando invisibile. Lo strazio di Psiche fu inondato di lacrime infinite, che il suo dubitar, nell’ansia di voler conoscere prima del tempo il segreto della vita, avesse provocato la fine di quell’unico suo amore? Vagò per le strade a ricercar l’ombra di Cupido, omaggiando ogni tempio che incontrava sul suo cammino, coll’unico scopo di chiedere la grazia ad Afrodite per la ferita inferta al figlio. Afrodite la sfidò nel superare terribili prove, sino a farla precipitare agli Inferi, per riportarle un po’ della bellezza di Proserpina. Psiche ormai allo stremo delle forze, tentò il suicidio più volte. Ma Proserpina mangiò la foglia, capendo la maliziosa intenzione di Afrodite ed acconsentì a donarle un vaso della sua bellezza, a patto di non aprirlo.
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Cosa avrà mai contenuto quell’ampolla, la pace definitiva dell’anima, forse? Psiche l’aprì e fu decretata la sua morte, apparente forse, cadendo irreversibilmente nel sonno profondo.” Non era ciò che era successo e che stava capitando a lei? Il tormento di non riuscire ad andare avanti, la straziava. Che cosa aveva lei, di così sbagliato, da impedirle di continuare a vivere di giorno, ciò che si era palesato quella notte? Per quanti giorni si scervellò sull’opportunità di andare a suonargli il campanello o scrivergli una lettera, piuttosto che fare una telefonata. Non ne trovò il coraggio. Si mise in attesa, seduta sul sedile della metropolitana, nella speranza che quel sorriso, presto, sarebbe tornato ad illuminare la sua vita. Si distaccò talmente tanto dalla realtà che la circondava, che non riusciva più ad intrattenere i rapporti con gli altri.
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Non si curava più dei problemi reali. Si perdeva, soltanto, in infiniti monologhi per strada. Cominciò a vedere strane cose. Gli incubi la distrussero per più di una settimana, come vivesse una strana ed inaspettata crocifissione mistica. Anche i passanti per strada le apparivano diversi: come fossero tutti, curiose repliche di volti da lei, veramente conosciuti. Che qualcosa nel suo atteggiamento avesse offeso il ragazzo? Forse la sua curiosità, che comportò piccole indagini sul suo conto, per ritrovarne le tracce? Che se ne fosse accorto? Entrò nel vortice delle paranoie e salì subito sul bancone degli imputati del processo alla sua coscienza. In fondo che cosa avesse fatto di così grave, per meritare così tanto dolore, non sapeva. Quali erano stati, però, i cambiamenti che era riuscita a portare alla sua vita? Nessuno? Perché ancora non riusciva a respirare liberamente? Era il destino, forse, che le impediva di lasciarsi andare a vivere?
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Pensò che non avrebbe più avuto senso farlo, se non avesse provato di nuovo quella emozione. Sì, perché lei sapeva che non avrebbe mai potuto sbagliarsi sulla sua natura. Non v’era rimedio a curare quel male e non esisteva persona che l’avrebbe potuto sostituire, mai! Decise, così, di portare a termine la storia del libro e, forse, della sua vita. Lo scritto recitò così: “Eros assistette a tutti gli accadimenti e di fronte a tutto quello strazio non riuscì più a star fermo. Con un aulico bacio, liberò la fanciulla dal sonno profondo. Allo stremo delle forze, lacerata nel corpo e nella mente, la fanciulla ricevette l’aiuto del padre di tutti gli dei, mosso a compassione. “Che divenga una dea per la bellezza della sua anima”: così venne decretato. Fu così che Psiche rinacque. Zeus stesso onorò sessualità e saggezza, protagonisti del loro amore, proclamando le nozze degli amanti, innalzati dai sensi, rinati nello spirito, ora novelli sposi.
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Si tenne un banchetto divino con Bacco coppiere dei commensali, le Tre Grazie musicanti e Vulcano, impegnato a cucinare. Il frutto della loro unione si chiamò Piacere che ancora oggi porta con sé il suo profondo significato dell’amore che, dagli amanti svelato, dal divino rivelato e per sempre a completa virtù fu elevato.” – Ecco!- dissero all’unisono le amiche – lo vedi che nella storia, Cupido si risveglia e torna ad essere visibile? – Dove sta il tuo Eros, lo vedete voi? – Perché non la smetti di concederti di vivere, soltanto, nei sogni? Come riuscire ad uccidere quell’unica certezza? Perché dover distruggere quel solo ed unico attimo di felicità che aveva provato, per soggiacere ad effimere ragioni di ordine pratico? In quel suo tortuoso cammino, le sembrava di essere sempre stata accompagnata da quella meravigliosa presenza invisibile, che la proteggeva, accarezzandola come musica nel vento. La ragazza sapeva che le amiche in parte avevano ragione, ma se la sua anima era viva e pulsante era grazie a quell’amore “quasi” impossibile.
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Non era importante se in quel momento, lei, stesse soffrendo. Eros, in qualche modo aveva permesso che lei fosse innalzata a dea, come Psiche. Osservò il davanzale. Una schiera di ciclamini rossi e fucsia la guardavano. Il loro significato le sussurrava all’orecchio, raccontando di un amore senza pretese, che restava lì a tenerla d’occhio. Invisibile e pulsante. Sarà che fatti similari possano capitare solo nelle favole, ma lei decise, nell’impossibile, di dare fiducia a quel “quasi” e di rischiare. La vita, dopo tutto, si vive una volta sola, in questo corpo ed anche se, sperava ancora di non essere costretta a fare la fine della vecchia all’inizio del racconto, accettò la sfida. Scelse la felicità di brillare. Per il momento ferma a quell’unico istante irripetibile, grazie al quale era rinata a nuova virtù. Trovò, così, il coraggio di credere in se stessa. Cambiò radicalmente la sua vita.
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Prese in mano le redini del suo cammino e decise che non si sarebbe mai più fermata, fino a quando non avrebbe provato di nuovo la felicità di quell’istante. Dopotutto, chissà, qualche volta Cupido avrebbe potuto risvegliarsi anche nella realtà…
da “CUORE DI FIABA” di Ilaria D’Adamio
Indice
1. Cuore di Fiaba 2. Proiezioni Mosse 3. 43 Secondi 4. “5+7” 5. Coltelli 6. Barbablù 7. X2 8. Embrace, come abbraccio 9. Alzando gli occhi al Cielo in segno di sdegno 10. Spirali 11. Eclissi 12. In Sogno 13. Lino e i Tre Bicchieri 14. Gaia 15. Lo Strappo 16. Il Cavaliere che sconfisse la Morte 17. Empatia 18. La Scelta
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19. Il Segreto di Au 20. Il Cammino di Psiche 21. Il Principe Ranocchio 22. Lo Specchio Innamorato 23. La Bella e la Bestia 24. Diciassette. Ancora da scrivere 25. Una Stella
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“CUORE DI FIABA” di Ilaria D’Adamio
Che cos’è l’amore? Continua ricerca del sentire in perfetta armonia: semplice, ma non facile, da provare, difficile da realizzare. Per districarsi al di là delle apparenze di ragnatele, intessute ad arte dalla trama della vita, vengono in soccorso, frammenti di poesia e scorie di fiaba, che riecheggiano nel nostro cuore, ricordandoci della purezza. Qualità da difendere, come valorosi cavalieri, per superare le molteplici prove che prevedono scelte complicate, ripartendo ogni volta da noi stessi. Ecco la strada, l’Amore arriverà…
Libro che raccoglie poesie, racconti e fiabe, dedicate al tema dell’amore. Si struttura come un percorso in crescendo, a partire dal suo aspetto tragico, passando per il mistero, sino a raggiungere il niveau ideale.
Da “CUORE DI FIABA Omaggio imperfetto all’Amore Perfetto”di Ilaria D’Adamio_scritto tra il 27/11/2013 ed il 16/12/2013 in versione redux ore 14.55, il 18/12/2013 ore 12.22, 14.00, 14.03 e raccolto il 29/12/2013 ore 00.31_di Ilaria D’Adamio.



