“Alzando gli occhi al cielo in segno di sdegno” di Ilaria D’Adamio

Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio

“Alzando gli occhi al cielo in segno di sdegno” di Ilaria D’Adamio

Alzando gli occhi al cielo in segno di sdegno, lanciò il colpo di spugna finale, lasciando cadere il pennello a terra: “Basta! Questa parete non ne vuole sapere di diventare bianca!” Si lasciò scivolare a pavimento, seduto con le gambe conserte, per accendersi una meritata sigaretta, per concedersi un attimo di riposo. Lo sguardo stanco, rivolto a terra, da solo spiegava i tre giorni chiuso nella vecchia casa del pro-zio, ormai scomparso. Ad un tratto un’opulenta goccia, ridondante di vernice, caduta, attrasse la sua attenzione. Il bianco del colore era vivacemente macchiato da un’anima purpurea. Un sasso? Più semplicemente un sottile lembo del vecchio intonaco, staccatosi probabilmente, mentre Iago spennellava in tutta fretta, con l’impeto di chi vuole cancellare le tracce del passato, forse per dimenticare il prima possibile quei

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ricordi, che lo destinavano a prendere atto, adesso, di essere veramente rimasto solo. Cosa gli restava ora di quello zio, la cui voce lo aveva scaldato nel bisogno dell’infanzia? Un armadio. Un guardaroba pieno zeppo di camicie, colore avorio. Ognuna con le iniziali ricamate sul taschino. L’una uguale all’altra, ma ognuna diversa e protagonista di una serata al centro del palco, in cui per cinquanta lunghi anni aveva dominato la scena con le sue furiose scorribande di suoni a ritmo dei gorgheggi del suo sax. Il bicchiere di whisky pronto per le pause, il cappello stropicciato, riposto sul piano lucido, chiuso accanto a lui. Quante donne avevano abbracciato quelle maniche di camicia? Quanto euforico sudore avevano asciugato? La vita dello zio non somigliava neanche per un istante alla sua, troppo intento a mettere ogni tassello a posto, prima di lanciarsi nell’avventura del lasciarsi andare. Eppure quei racconti si aprivano di fronte ai suoi occhi come filmati polverosi, proiettati sul muro.

Figure sfumate prendono forma, girando la manopola del proiettore, mentre in sottofondo, ritmico, procedeva lo scorrere della pellicola. Febbrile eccitazione di notti godute, di esibizioni esplose attraverso un sibilo, capace di squarciare la noia sino al cielo. E la gente, quanta gente in fila e poi lasciva, a congratularsi per l’energia esplosiva di quelle performance. Nonostante la notorietà, lo zio era rimasto sempre solo. Una stranezza, forse una scelta, presa per restare libero da vincoli che avrebbero ostacolato la sua missione serale con il sax per le tante città, dei tre stati confinanti. Tra le parole dello zio, che non avevano mai lasciato tempo alle interruzioni, il piccolo ascoltava, spesso perdendosi nelle pagliuzze di polvere, riflesse sul muro dall’ingranditore: – Iago! Ricordati! Il tuo nome non è casuale. Lo sai chi era Iago? Un grande scrittore scrisse un tempo di un uomo, di un condottiero della Repubblica di Venezia che consumato dal risentimento e dall’odio, tradì il proprio generale, distruggendo la vita di innocenti, usando la mistificazione dei fatti, agendo con

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l’inganno. Bando all’indolenza, Iago, stringiti forte sempre, memore di non cadere mai nella menzogna, ridente spettro del vuoto”, e poi aggiungeva, “il vuoto, l’abisso della perdizione!” Un impegno sottoscritto da piccoli non si dimentica facilmente. Parole che incutevano il terrore, tuttavia, scoprivano l’epidermide all’insicurezza, avvinghiata addosso a Iago come un fil di ferro, che brucia su una ferita aperta, rendendolo inerme per il terrore di fallire. Da anni, così, si era disegnato il proprio recinto all’interno del quale potersi muovere con tranquillità, accontentandosi delle giornate che passavano, come degli impegni che sopraggiungevano, senza mai cercare niente di più. Iago fissava ancora la goccia di vernice sul pavimento, mentre con l’immaginazione era tornato alla sagoma informe della polvere proiettata sul muro. Con un movimento costante del polso, intanto, scandiva il tempo del pennello sul muro, da cui sotto il lattiginoso pallore, emergevano riflessi colorati in trasparenza. Così come in un ritornello stranito, cominciò a borbottare vocaboli senza senso: “la pagliuzza, sì, la pagliuzza, il muro nell’occhio, la pagliuzza.”

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Pochi istanti dopo, un risolino strano ingombrò il suo volto: “Sì, ah, ah, Iago ricordati sempre, sì Iago, ricordati di toglierti la pagliuzza dall’occhio!” Si girò di scatto, di nuovo in piedi, in preda ad un raptus, cominciò a toccare il muro con le mani, spalmando il bianco ancora fresco. Via, via che le mani solcavano la superficie, il colore scompariva, lasciando spazio ad un vermiglio consumato. Iago continuò per circa un’ora a ripetere lo stesso spasmodico gesto, non accorgendosi dell’assurdità, lontano dagli sguardi giudicanti, finché quasi a chiusura di una danza rituale e paranoica, non batté un colpo sul muro per la rabbia. La parete sibilò ed apparve, improvvisamente, rivestita di altri strati di colore, blu notte a lato destro, verde antico al centro. Ma perché quel rimbombo? Iago non poté più fermarsi. Per una volta doveva seguire l’istinto e capire, vedere cosa ci fosse dietro a quel recinto, oltre il quale mai nella sua vita si era spinto ad andare. Doveva, per questa volta, capire, cosa ci fosse dietro quella parete dai mille colori, che

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apparivano come fantomatici volti, ognuno interprete di diverse identità. Prese un attrezzo e cominciò a picchiare sul muro, uno, due, tre volte, finché il muro non cedette nel frastuono ottuso dei mattoni che sospesi per caso, si trovano di colpo liberati e tutti insieme cadono fragorosi. Come dopo una tempesta di follia, Iago si ritrovò per metà corpo in terra e per metà all’interno del muro. Un’intercapedine? Sì, ma c’era un fondo. Si accinse a liberare quello spazio “inimmaginato” dai detriti e dalla polvere, zuppo di vernice com’era. All’improvviso scorse una scatola da scarpe di cartone. Con estrema delicatezza spinse tutto il corpo indietro, sfilandola, così, dalla nicchia inaspettata. Scivolò a terra di nuovo, questa volta esausto. La aprì. Si fosse mai trattato di un lascito inatteso? A Iago scintillarono gli occhi e, deglutendo, fermo, ma sentendo ancora le palpitazioni del cuore, si asciugò il sudore dalla fronte e le tolse il coperchio.

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– Che cosa? Un cappello da donna con veletta! Un pezzo di giornale? Si affrettò a guardare la data:“1935? Ah, il suo esordio. Uno scherzo, zio, questo è uno scherzo?!” Frugando ancora, non sembrò trovare niente di più interessante, finché con le dita sentì qualcosa di rigido sul fondo. Tirò fuori e, nient’altro che una fotografia: una bambina in piedi, al centro. Piccola con i capelli corti e corvini. I piedi nudi e che, con l’espressione curiosa, sembrava guardare Iago, come colta di sorpresa nell’attimo sospeso, prima di proseguire la sua corsa. Tutt’intorno? Un paesaggio desertico corredato di ossa di animali a disegnare forme primordiali. Una scritta di una calligrafia, conosciuta a Iago, diceva: “ché la diritta via era smarrita…ricorda che… sempre molteplici sono i finali. E’ sufficiente cercarli, ma con l’anima.”

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Seguendo la via di fuga dello sguardo, nell’immagine si aprivano due massi rocciosi. Una scogliera a picco sul mare. Dietro, i colori del tramonto.

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“CUORE DI FIABA” di Ilaria D’Adamio
Indice
1. Cuore di Fiaba 2. Proiezioni Mosse 3. 43 Secondi 4. “5+7” 5. Coltelli 6. Barbablù 7. X2 8. Embrace, come abbraccio 9. Alzando gli occhi al Cielo in segno di sdegno 10. Spirali 11. Eclissi 12. In Sogno 13. Lino e i Tre Bicchieri 14. Gaia 15. Lo Strappo 16. Il Cavaliere che sconfisse la Morte 17. Empatia 18. La Scelta
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19. Il Segreto di Au 20. Il Cammino di Psiche 21. Il Principe Ranocchio 22. Lo Specchio Innamorato 23. La Bella e la Bestia 24. Diciassette. Ancora da scrivere 25. Una Stella

 

SCHEDA LIBRO:

“CUORE DI FIABA” di Ilaria D’Adamio

Che cos’è l’amore? Continua ricerca del sentire in perfetta armonia: semplice, ma non facile, da provare, difficile da realizzare. Per districarsi al di là delle apparenze di ragnatele, intessute ad arte dalla trama della vita, vengono in soccorso, frammenti di poesia e scorie di fiaba, che riecheggiano nel nostro cuore, ricordandoci della purezza. Qualità da difendere, come valorosi cavalieri, per superare le molteplici prove che prevedono scelte complicate, ripartendo ogni volta da noi stessi. Ecco la strada, l’Amore arriverà…

Libro che raccoglie poesie, racconti e fiabe, dedicate al tema dell’amore. Si struttura come un percorso in crescendo, a partire dal suo aspetto tragico, passando per il mistero, sino a raggiungere il niveau ideale.

Da “CUORE DI FIABA Omaggio imperfetto all’Amore Perfetto”di Ilaria D’Adamio_scritto tra il 27/11/2013 ed il 16/12/2013 in versione redux ore 14.55, il  18/12/2013 ore 12.22, 14.00, 14.03 e raccolto il 29/12/2013 ore 00.31_di Ilaria D’Adamio.

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