IL MIO ANGELO di Ilaria D’Adamio
Articolo scritto da: Ilaria D'AdamioIL MIO ANGELO di Ilaria D’Adamio
Bianche. Candide nuvole accompagnano il vascello che solca il cielo. Di ogni tempo, in ogni dove.
Azzurro chiaro inietta speranza in chi si perde nell’estasi. Contemplazione.
Abitano lassù, quelle meravigliose creature celesti, dal corpo perfetto adornato di veli.
I loro volti eterei incarnano l’essenza della purezza.
Dall’alto sorvegliano, i Guardiani del Mondo: al loro sguardo non sfugge niente.
Occhi che inondano di luce gli uomini. Tutti gli uomini. Seguendo il disegno di Dio, l’Unico capace di giudicare, il Solo che sa leggere la verità inscritta nei loro cuori.
Stanno seduti sulle nuvole, pronti a solcare l’atmosfera con un battito di ali senza tempo, per salvare
le anime che sono state affidate loro.
Un Angelo le aveva porto la mano.
Questo il motivo per cui aveva scelto quella casa, così vicina alle stelle.
Allungando il dito, immaginava di salutarli.
Da quel giardino che guardava le nuvole, meditava nel tentativo di fortificare il ponte dell’arcobaleno.
Estasi di sentirsi inondata di luminosa pace in una tensione magnetica, capace di varcare i limiti del suo esile corpo. Preghiera di bellezza nel silenzio. Sperava di riuscire ad essere forte abbastanza.
Rientrò in casa, la ragazza.
Doveva terminare di pulire quel piccolo appartamento. Voleva andare ad abitarci il prima possibile.
Ad un tratto qualcosa la bloccò.
La tensione le contrasse i muscoli ed i brividi le percorsero il corpo.
Credé di svenire. Sussultò.
Il sangue spingeva veloce, rigonfiando le sue arterie.
Il viso, ad ogni secondo, diventava sempre più pallido.
Adagio, strisciò i piedi per ricadere seduta alla sedia del tavolo di cucina. Vivida un’immagine nella sua testa.
Cercava di tagliarla con le forbici della coscienza, ma quella restava lì.
Chiuse gli occhi e capì.
Doveva fermarsi a riflettere.
Angoscia e impotente paura.
Su quel cartello era disegnato un palazzo con le ciglia rosse che si allungavano dalle finestre degli ultimi piani. Lingue di fuoco? No!
Non dovevano esserci vittime. Tutto questo era già successo! Non doveva accadere di nuovo!
Tornò con la mente a quei volti ustionati che aveva notato l’estate prima. Fiamme o acido?
Uomini o donne?
Perché quel pensiero spasmodico?
Cosa c’entravano lei e le persone a cui voleva bene?
Qualcosa di strano era successo l’anno precedente. In quel giorno in cui quel virus entrò nella sua posta elettronica. Da quel momento percepiva la sensazione che il suo destino fosse stato incrociato.
Scambiato, forse, con quello di altri.
Gli occhi attoniti guardavano il tavolo. Era immobilizzata. Ripensò alle immagini che le erano passate davanti.
Ripetute di fronte al suo sguardo, come se qualcuno avesse tentato di suggerirle qualcosa.
C’era quella donna in sedia a rotelle.
C’era quella ragazza senza capelli, a causa della terapia.
C’era quell’uomo che si stava per lanciare dalla finestra.
C’era quel ragazzo dell’incidente in moto.
C’era quella donna aggredita e uccisa dal vecchio fidanzato.
C’era la donna che mangiava troppo e quella con gli arti stritolati dal tritacarne.
C’era quella mamma, a cui erano stati strappati i figli e l’uomo a cui non era concesso di vederli.
C’era quel vetro che rompendosi, cadde sul collo di quell’uomo.
Quell’incidente all’incrocio. Le allergie alimentari. Il batterio contratto dall’amica.
Il ragazzo autistico che l’aveva fermata per strada, come fosse un suo ipotetico figlio nel futuro.
La donna investita alle strisce. Il tumore ai polmoni, al seno, all’intestino ed alla gola.
C’erano l’ictus e l’infarto. C’era quell’aereo precipitato.
C’era che stava per impazzire!
Saltò sulla sedia! Chi erano quelle persone?
Che fossero donne o uomini aveva poca importanza: quei fatti potevano declinarsi ad entrambi i generi.
Ebbe l’oscuro presentimento che quel destino avrebbe potuto trasmettersi a chiunque, infatti, come sull’onda di un contagio.
Doveva fare qualcosa.
Si asciugò i sudori freddi, mentre la testa girava.
Come poteva evitare che quelle disgrazie si ripetessero?
Tremava.
I pensieri si tramutavano in ansia, l’ansia le affannava il respiro.
Il dolore divampò all’altezza dello stomaco, sentendosi impotente.
Doveva fare i conti, forse, con le esistenze passate?
Corse fuori dalla stanza. Si diresse alla macchina e partì. Scese. In tutta fretta cominciò a camminare.
Che cos’é la morte? Un’oscura mannaia che colpisce alla cieca?
Il terrore della perdita? La sofferenza della solitudine. La condizione di non essere compresi?
Le cicatrici dell’amore tradito, che vìola nella pretesa del possesso.
Il trauma dell’abbandono che si tramuta in fissazione, inibendo il voltare pagina. La paura del male.
Le ferite di un corpo, annientato nell’anima.
Sapeva di non poter evitare la sofferenza in vita, ma confidava nella forza dell’amore.
L’unica essenza capace di non far toccare in sorte, eventi lontani decisi dal caos.
Accelerò il passo.
Era come stesse correndo.
Avrebbe potuto cercare di controllare la sua vita e quella di chi gli stava intorno, per evitare errori.
Non avrebbe mai potuto farcela da sola.
Tremava la ragazza, quando arrivò all’entrata di quella chiesa. Iniziò a scrivere con la mente.
Pregò.
Pregò, così intensamente affinché tutti fossero risparmiati da quelle orribili vicende e che il caso non prendesse il sopravvento che, ad un tratto, le sembrò di essere uscita dal suo corpo.
Si vedeva dall’esterno, mentre le lacrime sgorgavano senza treguA.
CHIESE AIUTO.
Corse la supplica, su in alto, da quel cuore ricolmo di amore verso i suoi affetti, verso il mondo.
Vide due cerchi formare una bolla. Una mandorla che saliva verso il cielo.
Conteneva una bottiglia con un messaggio. Era stato dettato dalla sua anima.
Umile, era la voce che stava dentro quell’ampolla: un sussurro, gridato nella consapevolezza della propria imperfezione.
Conscia di come il disegno sotteso alla vita, fosse perfetto, trasalì in quell’attimo mistico, di lucida follia.
Ecco il difetto! Cecità!
Gli occhi sordi degli uomini nell’arrendevolezza del perseguirlo.
Questa la causa di quella disastrosa concatenazione di eventi, da cui occorreva liberarsi?
Una mano discese dall’alto. L’afferrò.
Nella delicatezza di un istante, una piuma costrinse i demoni a bagnarsi nell’acqua santa.
Il fuoco si spense, prima che potesse accendersi.
Vide con i suoi occhi troncare quelle catene.
Le teste dei fili di quella rete di eventi, che recisi si persero per aria, polverizzandosi.
Quei fatti orribili non avrebbero in alcun modo, più toccato lei, né i suoi cari, né gli amici, né i conoscenti.
Non seppe mai perché.
Ringraziò. Per sempre, cercò di elevare le sue azioni.
Smise di cercare di capire.
Si lasciò andare solo, al sentire.
La risposta era giunta. L’aveva colta in tempo.
Si trovava lì accanto, sempre presente, al confine di quei cerchi delle anime che s’intersecano
nell’amarsi, nonostante le difficoltà.
La ragazza tornò, così, alla vita normale.
Fede, il significato della parola che aveva di nuovo trovato.
Fiducia nel prossimo. Luminosità interiore.
La visione che inondava quel mondo era mera apparenza. C’era poco a cui credere.
Una notte si sentì irrorata da un liquido, tirata da più parti affinché la purezza ritrovata in quel corpo
esausto, ma ancora sano, potesse esser incastonata in un’immagine amabile di donna.
Un delicato restauro ricadde dal cielo ad immortalare quelle membra, affinché sfuggissero alla dispersione delle correnti, al deperimento del fisico sfuggito al dolore, tuttavia provato in tutta la sua tragicità.
Un corpo colato nell’oro, immortalato in una maschera di eterna bellezza, per poter tornare a testimoniare in Terra, il potere dell’amore che non conosce confini ed appartiene a tutti i mondi.
Morfologia della forma, di donna tramutata in angelo che seguiva i passi del maestro.
Vertiginose le altezze solcate da quell’onda su cui, lei, si affannava a tener dritta la china per restare in equilibrio.
Di quel mare che l’aveva protetta aveva conosciuto i segreti e quanto lontano risuonò la sua onda,
nel magnetismo che si aprì durante la precedente era, dal vuoto nato, investito da una scarica divina.
Cosa poteva la sua fluorescenza, però, se ancora si sentiva bussola basculante, in movimento continuo all’interno dei quattro quadranti?
La visione del mondo in un solo istante di spazio, in cui le dimensioni cambiavano a seconda dei suoi spostamenti.
Guardava la Luna per comprendere.
Le sue fasi decidevano la sua posizione su quella terra simultanea, in cui restando ferma, si apriva a conoscere tutte le civiltà del mondo.
Una normalità diversa le era stata concessa, una realtà più vera.
Dall’esterno non bastava uno specchio a descriver la sua immagine.
Chi poteva riconoscerla, quando a lei pareva di cambiare con le coordinate dello spazio-tempo che varcava?
Solo coloro che l’amavano avrebbero potuto riconoscerla durante quel viaggio:
uno spettro di sfumature che partivano dalla simpatia, attraversando l’affetto dell’amicizia per restare intatto agli occhi dell’amore che l’aveva generata.
A che livello si trovava il suo angelo, però?
In quale uomo abitava?
Lo struggimento che la scioglieva, la rendevano pronta ad incontrarlo in carne ed ossa.
Doveva esistere, anche se non ne conosceva il volto.
Girò così, più volte su se stessa a ricercarne l’immagine terrestre.
L’unica certezza che l’avrebbe riconosciuto al di là dei sensi.
La percezione, si sa, è ingannevole, ma non la sua.
Era allenata ad osservare, distinguendo il muover nel futuro, dall’esplorare nel passato.
Non le bastavano le parole, il cui doppio senso lasciava sempre adito a perplessità di merito circa l’intenzione poco benevola degli altri esseri umani nei suoi confronti.
Era nella legge di attrazione, il senso della convenienza degli altri a farsi strada sulla scia della sua fatica, dei meriti del genio iniettato, da cui gli abitanti dei livelli sottostanti non avevano che da guadagnare nella corsa alla salvezza.
Era stanca di guidare, ma orgogliosa di avere ancora la forza di impugnare quel timone di una navicella invisibile che trasportava ad elevate altezze, mentre tornava a casa, su quel pianeta Terra, di cui conosceva tutti i vizi, ma di cui avrebbe cercato con ogni sforzo di salvare le immense virtù.
Un esodo imminente da condurre nel silenzio di un lavoro costante.
Era nella musica da ricercar la differenza che divide l’uomo dall’alieno.
Una sequenza numerica che acquistava forma.
A quale cifra apparteneva il suo maschile?
Si accorse di averlo incontrato al livello “sette”, ma il viaggio era stato così difficile che la stanchezza non le permise di inquadrarlo subito. Lo notò, tuttavia.
Nella sincronia degli eventi, il ripetersi di attimi tradussero l’apparenza, separando la mera tentazione, dall’attrazione veritiera.
Nella spontaneità di un attimo di un giorno a seguire, il riconoscimento avvenne.
Un reciproco sguardo, di volti che si studiano allo specchio.
L’accordo era inscritto in quell’OTTO, disegnato dal suo braccio mentre suonava il violino.
Una chiave che apriva le porte, da cui si dischiusero tutte le possibilità di vedersi da adesso sempre.
Il cancello schiuso di un solo spazio ritrovato, in cui il suo cuore tornò a battere volando sulle ali di una visione, di cui sorpresa fu il conoscere l’alterità dell’essere identici nell’anima.
Palindromo di lei, l’uomo che incontrò. Ad otto si raccolsero, per proseguire insieme.
Un otto che significò amore, nella curiosità dell’incontrarsi di nuovo per conoscersi.
Quel numero che le corrispose, si strinse a lei come se l’abbraccio già fosse avvenuto sul settimo scalino.
Un otto che si chiamò desiderio assoluto di ricongiungersi per non lasciare più andare quella mano che l’aveva tenuta stretta e che lei aveva sostenuto nell’inconsapevolezza del travalicare i confini.
Mani che si toccano, labbra che si sfiorano per innescarsi l’uno all’altro.
Godimento di un inconsapevole innamoramento preservato dal perdersi, che aveva reso fisico il sogno di amore, dallo sconosciuto volto.
Insieme, stretti, l’uno all’altro, sommarono la fisiognomica dei volti dei livelli successivi che vollero dire NOVE E DIECI, per proseguire solo dopo ai melograni, nati dal corpo del loro amore.
In quell’afflato della loro corrispondenza parve compiersi a vicenda, l’unione tra angelo e maestro.
Fu il Re a dichiararli sposi. Cavalieri al suo servizio per compiere l’opera.
Una sola, la verità. Fu così che la ragazza ed il ragazzo: sempre e solo, credettero nell’amore.
Lei imparò a scrivere: “le fiabe più belle si scrivono nella realtà”.
Parole del suo Angelo maestro, fatte dire da altri, sussurrate mentre, per la vita, le tenne stretta la mano.
“IL MIO ANGELO”DI ILARIA D’ADAMIO_scritto tra aprile/maggio/giugno 2014_copie n.7 ca._ILARIA D’ADAMIO.



