La Maschera del Cavaliere senza Cuore – di Ilaria D’Adamio

Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio

La Maschera del Cavaliere senza Cuore – scritto il 14/03/2014 ore 12.10 di Ilaria D’Adamio

Trascinato per le vesti, l’agguato lo sorprese alle spalle. La discesa in quel cunicolo fu più buia del colore della notte che lo vinse. Ruvide pareti, incuneate in un vestibolo di lordi lanicci, a delimitare i confini dello scalpitare della sua rivolta che a nulla valse, nonostante l’offesa ad una dignità, lesa per un errore di pura omonimia. Rubaconte, il suo nome, che niente avea a che fare con tal signore, Podestà lombardo, cacciato dalla città gigliata una cinquantina di anni prima, per mano ghibellina. Furono proprio i primi, gli offesi di parte guelfa, nelle vesti di un partito allora dominante, a non tollerar che un uomo del popolo indossasse un cognome, per loro simbolo di nobile lignaggio. A render certa la prigione per il Rubaconte in questione, fu, poi, quel suo mestiere di falconiere. L’indizio cancellò ogni dubbio sulla sua ascendenza politica, che, a parere dei suoi avversari, non poteva che dimostrare la vicinanza alle abitudini di Federico II, di cui era noto il fatto di aver fatto propria l’arte venatoria coi falchi. Un nome guelfo, in capo ad un ghibellino? Spergiuro! L’uomo gridò alla sua innocenza, dichiarando più volte di far parte dell’arte dei Corazzai, esperti nel fabbricar le spade e che niente sapeva di aquile che artigliavano leoni e di leoni che sbranavano aquile. Aveva da sempre combattuto nel nome di un unico popolo fiorentino, che si elevava attraverso il sudore del lavoro e l’immaginazione delle arti, ancor prima che acquisisse un capitano di ventura, mediante la costituzione del Primo Popolo. Nel suo credo era radicata l’idea che Florentia fosse consacrata solo a Marte, il cui coraggio nella virtù della giustizia celebrava, ogni volta, con il volo del suo falco. Nient’altro che scuse parvero le sue parole. Gli fecero guadagnare, più in fretta, la via del carcere della Bellanda: quell’impervio pertugio, consolidatosi nei sotterranei dell’appena sorto, Palazzo dei Priori, sulle macerie delle torri degli Uberti. L’uomo dal pesante nome, ma dal valoroso animo infastidì a tal punto, con l’onestà delle sue dichiarazioni, la doppiezza dei suoi assalitori, da far loro architettare una vendetta che si sommasse alla prigionia. La stessa notte tornarono ad attaccare la sacralità della sua dimora, profanando, stavolta, le diafane vesti di quella che fu la sua bionda sposa, l’eterea primavera, che scandiva il nascere delle cose mondane attraverso i suoi modi gentili. Non contenti, decisero di esporre al pubblico ludibrio, l’innocenza di quel corpo violato, incastonato nelle trasparenti velature dell’innocenza, appeso col cappio al collo dal ponte del Rubaconte. Guelfi, esultate! Una doppia vittoria! Cosa non farebbe la mano dell’uomo, ebbra del potere di un papato, lontano dal messaggio di Dio. Passata la prima infausta notte all’addiaccio dell’insalubre burella, ricoperta da basse volte che tagliavano in gola, un respiro, già difficile da mantenere per gli olezzi, provenienti dai più bassi orifizi, qualcuno bisbigliò all’orecchio del Rubaconte, l’accaduto. Le urla dell’uomo tolsero l’udito ai passanti. Lo strazio di fronte alla raccapricciante visione della moglie penzolante, denudata della sottile purezza che le era propria e che lui aveva difeso ad ogni istante, lo fecero accasciare a terra, spinto in una prima violenta e poi, silente agonia. Passarono giorni al buio e notti umide, in uno stato febbricitante. Il digiuno provocato, equivaleva a lasciarsi morire. Non avrebbe mai regalato ai rei, colpevoli della sua tragedia, quel soldo giornaliero per ottenere un trattamento di favore durante la sua prigionia. Con gli occhi chiusi, sdraiato supino a terra, la mente continuò a lavorare, fino al sopraggiungere del giorno in cui, rialzandosi, divorò l’aria con una sardonica risata. Chiamò a sé il prigioniero della cella vicina che sapeva, intrattenesse dialoghi con tizi esterni al carcere, non propriamente rispettabili.
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Gli confessò di aver messo da parte dei danari e che sarebbero caduti, tutti, nelle sue mani, se l’avesse aiutato a compiere il suo piano. Gli chiese di procurarsi un pugnale, in maniera che si potesse togliere il cuore, al fine di perire di una morte repentina. Gli avrebbe dovuto, però, giurare di posizionare il suo corpo oltre via della Ninna, ai confini con l’antico cimitero dell’anno Mille e di far intervenire, nell’immediato, un suo conoscente che avrebbe realizzato il calco del suo volto per la maschera sepolcrale. Il furfante, rannicchiato nell’angolo della cella accanto, acconsentì intimorito, senza obiettare eccezione alcuna. Si permise solo, di sollevare una domanda: – Perché volete infliggervi tale pena? Il Rubaconte che non aveva mai ammesso dar molte spiegazioni, aggiunse soltanto: – Assicuratevi che il mio falco venga portato appresso e che veda dove sta il mio corpo, privo di vita! In quel petto, da cui l’uomo voleva che il suo cuore fosse estratto, v’era la certezza che non esistesse alcuna verità sul palco di quella prigione, chiamata realtà. Conclusioni a cui, per ironia della sorte, Rubaconte arrivò proprio, mentre si trovava in quel carcere, luogo che in epoca romana fu un teatro, da cui fiere e gladiatori passarono, per allietare il sorriso dei patrizi. Dal proscenio della finzione non v’era orazione alcuna da aggiungere. Un palco che contempla una vita, degna di esser vissuta solo perché appartenenti al giusto rango, o alla fazione dominante, non gli apparteneva. Lo avevano privato del suo amore, gli infedeli, per cui decise a sua volta di privarsi del suo cuore. Si trattava del dolore più lacerante, quello che gli era stato ingiustamente inflitto, più acuto di qualsiasi tortura corporale. Confidava nella morte, in cui avrebbe ritrovato la vita. Sapeva, infatti, che non fosse un caso che la città fosse fatta a strati. Parlavano del cimitero dell’anno Mille, come di un luogo molti metri al di sotto del selciato, in cui corpi, privi di ferite sembrava fossero stati colti da una pestilenza. I suoi occhi erano stati fatti per vedere, perciò sapeva che non era quella, la risposta giusta. I morti vivevano ancora, tutti, attraverso il tempo. Non erano visibili, ma continuavano il loro cammino in altri livelli, paralleli al presente. Decise, così, che, una volta venuto a mancare, almeno alla vista cieca dei comuni mortali, il suo cuore venisse deposto in uno scrigno e sepolto vicino al punto in cui il cimitero terminava, per lasciare il passo ad un torrente che sfociava nell’Arno. Sarebbe restato là, nell’attesa. Il piano venne eseguito alla lettera. Gli esecutori ricevettero la dote promessa. Il corpo del Rubaconte scomparve. Si narra, però, che nell’istante della sua dipartita, il falco si levò in volo. Che fosse stato liberato Mercurio? Di lì a poco, il fiume traboccò al di sopra degli argini, trascinando via, con il suo impeto, la statua di Marte. Che quella città si fosse dimostrata indegna della sua forza? Da quell’anno, ogni notte un fantasma gira, in solitudine, attraversando le tenebre. Porta una maschera bianca in volto ed il suo arrivo, ramingo, è preceduto dal volo di un falco. La leggenda anticipa i suoi passi, descrivendolo come il respiro di uno spirito, fatto di luce, che vaga per difendere l’amore offeso. Vendicatore della violenza attuata dagli stolti, protegge gli amanti dalle menti deturpate. Conosce la velocità del vento e la virtù del pugnale che offende solo, chi profana la sacralità della vita. Vaga attraverso i secoli, nell’attesa di riabbracciare la sua sposa, che sta per rinascere. La ritroverà. Quel giorno terrà fede al giuramento: le porterà in dono lo scrigno del suo cuore. Solo quel giorno, deporrà la sua maschera.

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