Fare impresa in Italia? Meglio se sei straniero

Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio

Firenze – “Appalto di servizi, credo sia questa la parola chiave!” spiega Gianna Scatizzi, presidente di Confartigianato Imprese Firenze, che con Stamp Toscana analizza i dati macroeconomici del nostro territorio, che indicano una repentina crescita delle imprese gestite da immigrati a fronte di un deciso calo di quelle, gestite da italiani. Il 5,7% dell’intera ricchezza prodotta in Italia ha “origine” dalle attività gestita da titolari stranieri per le imprese individuali. Per le società, invece, i settori in cui maggiormente operano gli stranieri sono il manifatturiero, le costruzioni ed il commercio, con una concentrazione di oltre il 70% nell’area fiorentina.

STAMP – In un periodo in cui le aziende italiane subiscono gli effetti della crisi economica globale, come è possibile che si registri una crescita per le imprese afferenti ai medesimi settori, ma gestite da immigrati? Come vi spiegate questi dati in forte controtendenza?

G.S.Appalto di servizi, credo sia questa la parola chiave. In tempo di crisi è difficile che un’azienda riesca a sostenere il grande impegno (e costo) richiesto dall’assunzione. E’ più facile che ricorra a servizi terzi, offerti da imprese individuali, già esistenti, appositamente costituite a scopo di autoimpiego: questa tendenza tra gli imprenditori stranieri è consistente. Inoltre, è frequente che all’arrivo in Italia gli stranieri non posseggano quei requisiti legali richiesti tanto per la residenza, quanto per il lavoro. Non appena riescono a stabilizzarsi, però, tendono ad aprire in proprio in settori in cui le barriere all’ingresso sono più basse: i 2/3 degli imprenditori stranieri di Firenze operano infatti nelle attività manifatturiere, nelle costruzioni e nel commercio.

STAMP – Hanno, forse, i titolari immigrati degli incentivi che gli italiani non hanno, agevolazioni di tipo pubblico, sgravi fiscali, o?

G.S.– In campo imprenditoriale non esistono agevolazioni in base al paese di nascita. Certo, molti di questi imprenditori appartengono a fasce di reddito che danno loro diritto ad altri tipi di agevolazioni: buoni, tariffe speciali, insomma agevolazioni del welfare state.

I.D.Passiamo al grande tema dell’essere in regola…Una delle difficoltà maggiori per chi vuole aprire o continuare a gestire un’impresa, facendo utili in Italia è dovuta al forte peso delle tasse sulle persone giuridiche e sul lavoro, ai costi legati alla sicurezza sul lavoro, come a quelli, legati allo sviluppo di una produzione in qualità, conforme agli standard previsti dalle normative EU al fine di rilasciare il marchio CE. STAMP – Vi risulta che il lavoro dipendente gestito da tali imprese sia entro i confini ammessi dalla legge? Mi riferisco ovviamente al lavoro in regola e non “a nero”, al pagamento dei contributi INPS ed INAIL, al rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro e al rispetto del divieto del lavoro minorile.

G.S. Come associazione, se veniamo a contatto con questi fenomeni abbiamo due opzioni a disposizione: aiutare l’imprenditore a regolarizzare la propria posizione o denunciare l’illecito. Certo, nell’area, per alcuni settori a forte presenza cinese, come il tessile e la pelletteria, si ha il sentore (e a volte la certezza conclamata dalle operazioni delle forze dell’ordine) di un non adeguato rispetto delle norme in materia di orario e condizioni di lavoro, nonché del lavoro minorile.

STAMP . Per quanto riguarda, invece, il rispetto del pagamento delle tasse e dei tributi, dagli studi di settore allo smaltimento dei rifiuti?

G.S. Purtroppo, in tempo di crisi può rafforzarsi la tendenza a non pagare tasse e contributi: non perché cresca la volontà di evadere il fisco, ma più prosaicamente perché mancano i denari. L’imprenditore italiano ha una cultura ormai consolidata al pagamento delle imposte e ha a disposizione ogni informazione che gli consente di conoscere e valutare ripercussioni e rischi dell’evasione. Chi invece proviene da paesi culturalmente lontani può avere diverse sensibilità in materia, non essere informato adeguatamente o non riuscire a valutare completamente l’informazione. L’imprenditoria straniera risulta, dunque, in costante crescita e questo trend era già emerso con particolare rilievo dall’elaborazione di Confartigianato, sui dati raccolti dalla Camera di Commercio di Firenze al 3° trimestre 2011: su 16.654 posizioni aperte, 12.350 facevano capo ad extra-comunitari. Abbigliamento e pelletteria pesano, all’interno del manifatturiero, per l’80%; nell’edilizia i lavori di costruzione specializzata per l’87%; nel commercio il comparto al dettaglio per il 62,5%; i servizi di ristorazione per l’84% all’interno di alberghi e ristoranti; le telecomunicazioni per il 48% nei servizi di comunicazione.

Nell’abbigliamento e nel comparto pelli, l’etnia cinese è quella dominante con, rispettivamente, l’83,5% ed il 94%, mentre nelle costruzioni Romania e Albania detengono insieme il 68,5% delle cariche.

La società fiorentina diventa sempre più multiculturale: fattore che testimonierebbe un dato positivo e di crescita se fosse sinonimo di scambio culturale, nascita di sinergie economiche e progettuali, inserite in una dinamica di sviluppo nazionale.

Se così non è, tutto ciò diventa invece, un grosso problema per tutte quelle imprese gestite da italiani che fanno le cose in regola e si trovano a dover fronteggiare, senza agevolazioni né tutele, fenomeni di concorrenza sleale sul loro mercato interno.

 Ilaria D’Adamio

Pubblicato su © STAMPTOSCANA – RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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