KITON – MODA E ARTE: GLI ITALIANI? SONO DEGLI INVENTORI!

Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio

Vestire un abito KITON è indossare un’identità, è eleganza fatta di antica arte sartoriale, cura per i particolari ed individuazione di materiali di pregio.  L’azienda, oggi conosciuta in tutto il mondo, è il risultato del lavoro della mente illuminata di Ciro Paonefondatore e oggi presidente del marchio, che, dell’italianità, ha da sempre fatto un valore aggiunto.

Il sig. Paone, presente qui a  Pitti UOMO n.81 per la presentazione della collezione Autunno/Inverno 2012/2013, segue il tutto con l’attenzione, con cui un padre osserva i passi del figlio.
 
La nostra intervista relativa al rapporto tra Kiton e arte, di cui si fa portavoce il nipote del sig. Paone, Antonio De Matteis, amministratore delegato del marchio Kiton, è appena iniziata.
Subito scopriamo che in KITON c’é una regola: “Ogni anno i soci fanno un regalo all’azienda: un’opera d’arte. Quindi sono 50 anni che l’azienda investe in arte.
 
Una collezione ricchissima, che consta opere che vanno dal ‘500 napoletano a pezzi di arte moderna, comprese opere delle cosiddette arti minori, quali mobili di antiquariato e maioliche.
Ricordiamo il recente contributo di Kiton alla realizzazione della mostra, dedicata a Mimmo Paladino a Palazzo Reale di Milano, nella cui occasione vennero prestati 5 inediti dell’artista, appartenenti alla collezione privata Kiton e per questo definito “mecenate” dell’arte.
 
A casa Kiton l’arte si sposa perfettamente con l’artequindi.
 
De Matteis ci spiega che Kiton si ispira al BELLO, da cui trae ispirazione continua per fare “cose belle”, “fatte bene”, sempre con “SEMPLICITA’”.
 
La semplicità, che sia questa la caratteristica che fa la differenza nel creare eleganza?
Da dove trae spunto l’inequivocabile eleganza di Kiton?
 
Dall’arte, che è fonte di ispirazione, ma come tutto deve essere fonte di ispirazione. Quando dico tutto intendo, che noi abbiamo la fortuna di venire da una città, Napoli, che è meravigliosa, una città difficile, ma tra le più belle al mondo. Qui la natura si è divertita. Una città che ispira per i colori, la luce, i modi di vivere, anche se noi siamo capaci di distruggerla.
 
Quali sono gli artisti che possono descrivere al meglio questo carattere?
 
Il ‘700 napoletano ci fa capire che Napoli è stata una città ricca di una storia incredibile e di saper fare. Pensiamo all’arte dei vasai, alle maioliche realizzate, molte delle quali appartengono alla nostra collezione sotto la tutela della Sovrintendenza.
 
“L’artigianato artistico” corre in qualche modo parallelo all’evoluzione dell’arte. Domandiamo se Kiton condivide questo punto di vista?
 
Il sarto è sicuramente un artista, semplicemente per il fatto di mettere qualcosa di suo in quello che fa. Pensate che in azienda noi ne abbiamo 350. Io invito i visitatori interni all’azienda a vedere la sartoria alle ore 5, nel momento in cui quest’ultimi vanno a casa. Vedrete una sfilata di sarti, vestiti l’uno diversamente dall’altro, proprio perché ognuno si cuce la giacca come la vede lui. Non c’è uno standard fisso. Ognuno ha la sua giacca con le sue caratteristiche.
 
La giacca in Kiton diventa simbolo di un’artigianalità,in cui ognuno mette il suo personale know how, estro ed abilità manuale, ad accrescere il volto di tante collezioni che ormai si succedono da mezzo secolo.
 
Perché diciamo, che Kiton è arte? Perchè ogni capo è un pezzo unico, tagliato singolarmente ancora con le forbici, cucito a mano. Questo determina che ogni creazione sia diversa dall’altra. Questo puo’ dipendere da un tessuto che si muove in maniera diversa dall’altra, dal sistema di lavoro quando viene cucito, se il sarto è mancino  o destrimano. Il sarto non è una macchina. E’ un fatto naturale!” aggiunge.
 
Quindi la realizzazione di alta sartoria è il risultato di tutti questi accenti personali che sono in corrispondenza biunivoca con il valore della persona che crea.
Sicuramente questo è un patrimonio. La ricchezza di un patrimonio fatto di arte, artigianato e sartorialità che è un valore del saper fare “tutto italiano”. Il grande problema italiano è il saperlo valorizzare, mentre non facciamo niente. Quando ci proviamo siamo bloccati.
 
Immaginiamo che il blocco derivi dalla mastodontica burocrazia, dalla tela di leggi e leggine che si elidono a vicenda, contribuendo a soffocare il primario istinto creativo di una nazione, come quella italiana, così ricca di cultura in senso lato e di capacità di creare.
 
Noi non siamo francesi, dove ogni piccola cosa del loro patrimonio è valorizzata. O basti pensare a Dubai, un esempio di tutto ciò che si puo’ fare, ma dal deserto! Quando viaggio per lavoro porto all’estero l’orgoglio dell’essere napoletano per poi tornare a casa e vedere che potremmo vivere di rendita per il clima, la bellezza, la storia e non potere fare niente.
 
In Italia ci sono forse troppi vincoli e paletti che non aiutano l’opera di conservazione, di restauro conservativo, di cui la cultura stratificata in secoli di storia potrebbe avere bisogno. L’augurio è che con gli anni la “cosa publica” possa semplificarsi e che l’italiano cominci a prendere consapevolezza del valore di ciò che ci circonda.
 
“Poco fa parlavamo, di quanto possa essere determinante l’ambiente propenso al “bello”, in senso estetico, al creare bene nella vostra azienda. Oggi siamo a Pitti e sappiamo che il tema di questa edizione è lo Street, come spazio da cui trarre stimoli, input inconsapevoli per arricchire la nostra persona.
Ciò che siete riusciti a realizzare in Kiton, pensate potrebbe realizzarsi anche all’esterno, ingrandendo la lente, applicando la formula Kiton in scala macroscopica?”
 
Street di solito è sinonimo di trasandato, finto povero, invece per noi dovrebbe significare qualcosa di pulito, ordinato. Occorre rieducare le persone, tornare all’educazione civica, al rispetto di ciò che ha valore. Moda e arte hanno il dovere di farsi promotori di rieducare al bello.
 
Aggiungiamo che verrebbe di pensare, che ciò significhi eliminare alcune finte ipocrisie buoniste, dettate da tendenze di moda di passaggio, per infine tornare al bello in sé. “Nella moda?”chiediamo.
 
Io non sono per l’acquisto del capo “usa e getta”, perché costa poco. Io considero questa una cattiva educazione. Ci deve essere il capo bello adatto e accessibile per ogni possibilità di acquisto.
 
Questo significa puntare sulla qualità, dunque?
 
Perchè comprare un’opera d’arte? Perchè mi dà piacere, mi piace. Non la compro certo per tenerla due giorni e poi buttarla. Così per un abito. Perché comprare un’opera d’arte? Perché mi dà piacere, mi piace guardarla nel posto dove dico io.
 
Ci troviamo d’accordo con il sig. De Matteis, quando richiama al bisogno di rieducare al bello e con il suo affermare che anche la stampa ha un compito importante nel responsabilizzare, e nel dover tendere più a fare critiche costruttive, che denigrare con troppa faciloneria.
Accogliamo, pertanto, come benvenuto il suo invito a partecipare alla missione  di  far conoscere ciò che ha valore.
 
Kiton con  De Matteis rappresentano un esempio del saper fare del nostro paese, che è stato da sempre in grado di generare “eccellenze”. Chissà se da questo periodo di crisi potrà accelerarsi proprio la nascita di nuove creazioni, personalità e soprattutto di una ritrovata consapevolezza dei valori essenziali?
 
De Matteis ci saluta ottimista: “Ricordiamoci che all’estero sanno spesso “fare le cose bene”, ma che noi le sappiamo “inventare”!
 
©IlariaD’Adamio_RiproduzioneRiservata
Pubblicato su Artitude il 16/01/2012

 

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