Dopo 11 anni dalla storica mostra personale di Chen Zhen “Field of Sinergy”, la Galleria Continua di San Gimignano, torna con “Les Pas Silencieux”ad indagare i territori artistici, esplorati dal maestro dell’avanguardia cinese.
La mostra, inaugurata sabato 10 settembre scorso e visitabile sino al 28 gennaio 2012, presenta un nutrito numero di opere, realizzate tra il 1990 ed il 2000 e si articola tra le sale, la platea, il palcoscenico, il giardino dell’ex cinema-teatro e lo spazio dell’Arco dei Becci.
Singolare ed interessante la scelta dei curatori di non ripercorrere la figura dell’artista né in senso cronologico, né tematico. L’allestimento dello spazio circostante le opere, cerca di sottolineare il dinamismo della ricerca e del significato della sua ricerca artistica, approfondendone il carattere di apertura a nuovi percorsi di interpretazione dell’essere umano.
“Viene offerto al pubblico un’occasione di intimo contatto con le opere di Chen Zhen”, come i galleristi tengono a precisare, per sottolineare l’attualità della sua poetica versol’arricchimento della vita interiore, dato dalla ricerca di armonia tra corpo e spirito.
Ideali, che Chen Zhen ha cercato di raggiungere attraverso la personale esperienza di insegnante nella Cina post-maoista prima, sino all’esperienza francese poi, iniziata nel 1986.
“Il viaggio” per Chen Zhen, in un’ottica metaforica e concreta, parte dallo scontro-choc tra culture diverse, per poi guadagnare in capacità di “mettersi in ascolto”, dunque divenire “luogo dinamico di attraversamento di differenti orizzonti culturali”.
Concetti eminenti provengono dalle sue opere e riportano il dibattito intorno alla fratellanza tra popoli e culture diverse, alla tensione verso la comprensione, al superamento dei conflitti, alla resistenza dell’identità, al proficuo incontro tra Oriente e Occidente.
Ecco profilarsi il dialogo prematuramente interrotto tra le opere Le bureau de change, progettata da Chen Zhen nel 1996 e realizzata nel 2004 nell’ambito della Biennale di Pancevo in Serbia, e Back to Fullness, Face to Emptiness, ideata nel 1997 e realizzata nel 2009 in occasione della 53a Biennale di Venezia.
L’opera di Chen Zhen si esplicita come ricerca visionaria, forma pratica di un desiderio di partecipazione attiva alla costruzione di un mondo moderno.
Il modello di pensiero che l’artista insegue e propone è di carattere transculturale,un concetto da lui stesso definito come “trans-esperienza”: un luogo trascendentale, nel quale si manifesta la frizione reciproca tra le varie esperienze.
Si tratta di uno spazio dinamico, di un campo di energie, dove le tensioni e le contraddizioni prendono corpo, ma anche zona di contatto tra i flussi di energia. La “transesperienza” si basa su tre idee fondamentali: “Residenza, Risonanza, Resistenza”.
Legati al concetto di “residenza” sono My Diary in Shaker Village (1996-1997), 27 quadri-ritratto, che raccontano l’esperienza dell’artista nella comunità degli shakers del Maine e Beyond the Vulnerability (1999), vero e proprio paesaggio immaginario composto da fragili micro-architetture di candele. Quest’ultima opera è nata da un soggiorno di Chen Zhen in Brasile insieme ai bambini delle favelas di Salvador de Bahia. Chen pensò di stimolare in essi, attraverso l’arte e lo studio di sei diversi stili architettonici, frutto di sei diversi strati sociali, la comprensione e l’analisi della città. Lo scopo era quello di destare la loro curiosità per la vita, la loro comprensione della società, e nutrire così il loro sogno ad avere una loro “casa”. Alla fine i piccoli crearono più di trenta casine fatte con le candele.
Chen Zhen è pervaso da una grande fiducia nell’uomo e nelle generazioni future, come testimonia Un Village sans frontières (2000), dove le candele sono utilizzate per progettare un “villaggio universale”.
La sua costruzione si basa sul numero simbolico “99”, come novantanove sedie per bambini raccolte in tutte le parti del mondo. “Il fatto di utilizzare delle candele (in Cina la candela è simbolo della vita di un uomo) ha un senso particolare: costruire un villaggio senza frontiere, che spetta a noi iniziare, ma la nostra speranza è sempre rivolta alla generazione futura”, scrive l’artista.
L’arte di Zhen si delinea come un’iconografia del corpo, di cui bozzoli, organi, pelle medicina, vestiti sono gli elementi che costituiscono la base del vivere. Questo livello è contemporaneamente attraversato da un principio organico, dove i soggetti cardine sono l’acqua, il fuoco, la terra, l’aria, la digestione, la gestazione, la combustione, la circolazione.
Un respiro cosmico interno anima acqua, terra, fuoco (cenere), gli elementi naturali, con cui l’artista purifica e trasforma gli oggetti restituendoli al mondo e all’eternità.
In La Désinfection (1997) sostiene che: “A prima vista l’opera mostra un sistema di cottura a vapore, ma il cibo è sostituito dai libri. Quest’opera ci mostra fino a che punto l’uomo ha bisogno di due diversi nutrimenti per la sua esistenza: nutrimento materiale e spirituale.”
Corpo e mente unite per Chen Zhen in una pratica esistenziale, che danza all’interno della dialettica tra yin e yang e spiritualità buddista.
“La cenere è allo stesso tempo corpo di una memoria disinfettata e concime che fertilizza la terra”
Diventa ad un tratto facilmente comprensibile la solo apparente contrapposizione tra le due sfere di luce ed oscurità, vita e morte, simboleggiate rispettivamente dalle candele e dalla cenere.
L’installazione “Six Roots” (2000) ripropone questo tema sotto forma di un’allegoria composta di 7 installazioni in 6 parti, traducendo un’antica espressione buddista, che descrive i sei sensi principali del nostro corpo (vista, udito, olfatto, gusto, tatto, coscienza) per trattare i “sei stadi della vita”: nascita, infanzia, conflitto, sofferenza, ricordo e morte-rinascita.
In mostra “Six Roots Enfance / Childhood” e “Six Roots / Memory”.
In silenzio con la capacità di osservatore che immagina e riesce ad unire i livelli del filosofico e del terreno, Chen Zhen pare “passare la vita al microscopio”.
Il suo sguardo raffinato e sognante è senza dubbio il risultato di una sofferenza e di un’inquietudine, derivanti dall’afflizione di una malattia, sviluppata dall’età di 25 anni.
Sin da giovane raggiunge una profonda conoscenza e un alto livello d’analisi del valore del tempo e dello spazio, considerando la sua malattia come “un’esperienza degna di valore”, esplorando infiniti stati del sé, che si fanno ispirazione.
Nel 1999 crea, a tal proposito,“Un progetto di vita – Diventare un dottore”, un nuovo ambito di ricerca artistica.
La mostra “Field of Synergy” del 2000 a San Gimignano fu preludio a questo progetto:
“La parola sinergia è un termine medico. Descrive le funzioni coordinate e le capacità sintetiche dei vari organi del corpo umano o di differenti medicine … E’ mia opinione che la parola ‘sinergia’ non indichi unicamente una concreta ‘capacità comune’ in senso materiale ma anche un modo di pensare… Nel linguaggio comune significa considerare ogni cosa nel contesto dei suoi fattori fondanti. Va da sé che nel mio caso”, scriveva ancora Chen Zhen, “questa parola indica soprattutto una ‘raccolta di energie’”.
Corpo, luce, vita.
Organismo, elementi, età.
Malattia e sinergia.
“Luoghi”, in cui tempo e spazio appaiono categorie fuse e traslate all’interno di un paradigma qualitativo che converge in un punto energetico universale e che Chen Zhen ci lascia in regalo, invitandoci a proseguire singolarmente la sua silenziosa indagine.
Fino al 28 gennaio 2012
Via del Castello 11 e via Arco dei Becci 1, San Gimignano (SI)
da martedì a sabato, 14.00-19.00
Pubblicato su Artitude il 13/10/2012
Lascia un commento