“43 SECONDI per riflettere”di Ilaria D’Adamio
Articolo scritto da: Ilaria D'Adamio“43 Secondi per riflettere” di Ilaria D’Adamio
“ Sarebbe accaduto prima o poi, dovevo aspettarmelo! ”. Questa, la prima frase che mi venne in mente quando uscii, lasciando sbattere la porta dell’ufficio del mio direttore, alla repentina notizia, ieri, che avrei dovuto tornare qui, in Spagna. Una lunghissima avenida, che solcava di asfalto il lungomare incorniciato di palme, ingigantiva la visuale dello storico palazzo del Banco di Santander, sede della più importante banca spagnola. E’ così almeno, che è in uso dire tra gli addetti ai lavori. Dopo molte peregrinazioni attraverso vari istituti di credito, pare che quel colloquio a Bologna alcuni anni fa, avesse deciso il mio “splendente” futuro professionale in questa prestigiosa banca e che il destino, con un abile lancio di dadi, mi obbligasse a riaprire quel capitolo sulla mia origine iberica, volutamente sepolto. Attendevo da minuti, in piedi, al semaforo pedonale, fermo e ammutolito dentro ai miei eleganti abiti, ipnotizzato di fronte allo scorrere dei secondi del lampeggiante rosso, finché… una lacerante morsa
addominale non m’infuocò il viso. Rosso. Vermiglio senso di indeterminato soffocamento. Spasmodico desiderio di fuggire, di recarmi altrove, per non scontrarmi fisicamente in luoghi che avrebbero fatto riaffiorare…Che cosa? Girandomi d’impulso, notai come la strada conducesse direttamente al porto di Santander. I container arrugginiti, le navi che solcano il mare del Nord non nascondono che una ricchezza, basata sulle risorse del mare. Era pur sempre della Cantabria, che stavamo parlando. Regione dove, accanto agli edifici tardo ottocenteschi delle tante caixa, si contrappone la concretezza di un vivere plasmato sui quantitativi di pescato, fatti giornalmente. Per le strade? Non riuscivo ad intravedere il volto di anima viva, sì, di qualcuno, pedoni di passaggio, nel cui sguardo avrei potuto, momentaneamente, calmare tale senso di smarrimento crescente.
Avevo sicuramente dimenticato come i vicoli si animassero soltanto a tarda sera, affollando i tanti locali che offrivano tapàs di prodotti locali, accompagnati da suadenti aromi di vino tinto. Ma del resto non mi interessava. Dovevo andarmene il prima possibile da quel senso di lenta decadenza, riflessa da muri affogati dalla “fuliggine“ marina. Avrei chiamato la mia assistente più tardi per rimandare il mio appuntamento di lavoro. Terminato il pensiero, mi ero già allontanato in macchina, procedendo verso est. Non sapevo bene quale fosse la direzione giusta, visto che anche il segnale gps aveva deciso di abbandonarmi. Pochi chilometri dopo, credevo di essere già in superstrada, ma improvvisamente mi trovavo stretto a costeggiare il mare da un lato e irte montagne verdi alla mia destra. Onde sulla sinistra, risucchiavano la costa, in una battaglia quotidiana, in cui al mattino vinceva la terra dominante sul mare, per poi tornare sconfitta alla sera, quando le acque riguadagnavano la trincea.
Conosco bene l’altalenante sensazione, data dal meccanismo delle maree. E’ quel senso di continuo adattamento, che impone all’uomo di vivere come ospite di questo litorale, in balia di bassi e di alti che ne segnano il carattere, abituandolo a convivere con un costante senso di provvisorietà. La priorità non era più cercare l’hotel a Isla, prenotato dalla mia segretaria in tutta fretta, con l’aggiunta sarcastica di un sottotitolo, apposto a battuta, che recitava: “ Isla, ridente località balneare, amata meta degli spagnoli in vacanza ”. – Aeroporto! Un cartello con l’indicazione: Aeroporto! Vi supplico! ”- esclamai. Non avevo tempo per pensare, riflettere, dovevo premere l’acceleratore, non guardarmi intorno, facendo finta di credere al dorato mondo delle casette con balconi in legno, sormontati da “fiorellini” (!) rossi al primo piano e porte in legno ad arco, dipinte di colori vermigli. Da qui le carrozze delle famiglie borghesi, uscivano un tempo per presenziare alle feste patronali, mix arcaico di fusione tra sacro e profano.
Questo piano-sequenza di ordine e tranquilla serenità non mi convinceva. Non poteva che essere indotto dalla mansueta accettazione di una versione surrogata di moderna vita agreste. Le bestie, il pascolo, il latte, le coltivazioni…E poi? E poi alzare la testa e vedere sempre lo stesso cielo. Celeste, piatto…infinito. Percorrendo le curve, somatizzavo interiormente il paesaggio, finché una bruciante sensazione esplose come un rosso magma infuocato. Lava dirompente, che distrugge ciò che trova al suo passaggio. Squarcio. Dolore. Rosso. Tirai repentinamente il freno a mano e annichilito, adagiai, sul volante, la fronte rassegnata al pentimento di non essere riuscito a superare il mio passato. Non so per quanti minuti sono rimasto così. Rialzando gli occhi notai un cartello, girai lo sguardo e mi resi conto di essere parcheggiato su un’enorme piazza circolare. Le lettere parlano chiaro: Plaza de Toros di Santona.
Ma che cosa stava succedendo? Più cercavo di soffocarlo e più che mi accorgevo che non poteva essere casuale: era il passato che aveva deciso di tornare a farmi visita, proprio oggi! Un’effigie in ferro battuto, come un diabolico sorriso, mi invitava ad oltrepassare quel cancello. “1907”, vi era scritto. E io non potevo esimermi dal ricordare. Mio nonno! Fu lui, il responsabile. Colui che mi avviò all’arte della corrida. Fu lui ad insegnarmi a non piangere. – Sta nell’onore dell’essere uomo, la forza! – diceva sempre
Anziano torero, aveva sempre incarnato per me il modello di onesta lealtà, rappresentando al tempo stesso un protettivo rifugio. M’insegnò la disciplina del mettersi in gioco, molto simile alla pratica della speculazione finanziaria. Investi quando il titolo è basso, per rivendere quando fa il picco. Senza inganni. Parlava poco, mio nonno. Rivedo, nei corridoi di quest’arena vuota, gli unici pomeriggi felici della mia
infanzia, passati ad imitare l’animale, correndo a perdifiato per i passaggi circolari che costeggiano l’arena. “Toriles”troneggiava la scritta e da quella porta rossa sarebbero usciti i protagonisti di quella spietata battaglia che vede uomo e bestia fronteggiarsi. Ogni domenica con la corrida. Cercavo di arrampicarmi su quel cancello di legno rosso, ero piccolo e la mano tesa a sganciare il chiavistello. Quest’ultimo restava immobile e io ricadevo, come sempre, all’indietro, non riuscendo neanche a vedere la tanto desiderata arena. Il sipario calava sul sogno e, nuovamente, restavo imprigionato nella mia solitudine. Ma non finì qui. Crebbi fino ad essere “buttato di peso” in quell’arena, violentando le mie esitazioni, occultando le mie paure, finché il sangue non mi fece più alcun effetto. Per la Cantabria io non ero degno, però, ero di un sangue troppo puro, da secoli messo al bando, perché ritenuto figlio di un gene malato, dovuto ai tanti matrimoni tra parenti lontani, discendente di gente che
teneva a mantenere lontana la contaminazione culturale con altre etnie. Io ero basco! Il mio nome? Giacomo, “l’uomo che cerca Dio”! Ma smettiamola! Oppure dovrei dire “Santiago”? In ogni caso, l’unico nome proprio che quella lingua oscura che è l’Euskara non era riuscita a storpiare. Costretto a nascondere la mia identità con i coetanei, ricordo un’estate di fronte al blu del mare di Zarautz. Non riuscivo ad alzarmi da quella sedia, su cui mia mamma mi faceva sedere per tenermi d’occhio, affinché non entrassi in acqua con gli altri. Allora cominciavo a contare il numero delle volte che le onde lambivano dolcemente la sabbia. Quell’istante, perso nell’orizzonte senza limite, era un unico istante di felicità. Ma non potevo scendere da quella sedia per andare a giocare a nascondino sotto le tende-ombrelloni della nostra cittadina medievale. No! Non potevo sporcarmi i piedi con la sabbia! Mia madre pensava a me, da sola. Ricordo quanto avessi assorbito le sue ansie “a fin di bene”, come una
spugna secca gettata in un catino bagnato. Fino a quando non conobbi per la prima volta, davvero, il significato del rosso. Un giorno cadde a terra. Sangue uscì, sgorgando lentamente in rigagnoli che arrivarono a dipingere i miei piedi. In uno stato confusionale ero giunto sino a qua. A ritroso. Dove tutto ebbe inizio. Un’altra frase mi venne alla mente. Mio nonno, l’unico a capire la mia vicina fuga, che mi salutò per l’ultima volta, dicendomi: – Non ti scordare mai chi sei e da dove vieni . Sulla spiaggia, adesso, un’impronta. Sembrava, di fronte a quel semaforo, fossero trascorsi, soltanto, 43 secondi.
“43 Secondi per riflettere” di Ilaria D’Adamio, scritto nel 2010 in seguito ad un viaggio fatto da Giacomo Alunno e me in Cantambria, Paesi Baschi, Pamplona e Barcellona, poi nel settembre 2010 ha partecipato al Workshop Scrittura e Fotografia di Viaggio del Festival di Letteratura di Viaggio di Antonio Politano che si tiene ogni anno a Roma, inserito poi nel dicembre del 2013 in “CUORE DI FIABA” di Ilaria D’Adamio
“CUORE DI FIABA” di Ilaria D’Adamio
Indice
1. Cuore di Fiaba 2. Proiezioni Mosse 3. 43 Secondi 4. “5+7” 5. Coltelli 6. Barbablù 7. X2 8. Embrace, come abbraccio 9. Alzando gli occhi al Cielo in segno di sdegno 10. Spirali 11. Eclissi 12. In Sogno 13. Lino e i Tre Bicchieri 14. Gaia 15. Lo Strappo 16. Il Cavaliere che sconfisse la Morte 17. Empatia 18. La Scelta
6
19. Il Segreto di Au 20. Il Cammino di Psiche 21. Il Principe Ranocchio 22. Lo Specchio Innamorato 23. La Bella e la Bestia 24. Diciassette. Ancora da scrivere 25. Una Stella
SCHEDA LIBRO:
“CUORE DI FIABA” di Ilaria D’Adamio
Che cos’è l’amore? Continua ricerca del sentire in perfetta armonia: semplice, ma non facile, da provare, difficile da realizzare. Per districarsi al di là delle apparenze di ragnatele, intessute ad arte dalla trama della vita, vengono in soccorso, frammenti di poesia e scorie di fiaba, che riecheggiano nel nostro cuore, ricordandoci della purezza. Qualità da difendere, come valorosi cavalieri, per superare le molteplici prove che prevedono scelte complicate, ripartendo ogni volta da noi stessi. Ecco la strada, l’Amore arriverà…
Libro che raccoglie poesie, racconti e fiabe, dedicate al tema dell’amore. Si struttura come un percorso in crescendo, a partire dal suo aspetto tragico, passando per il mistero, sino a raggiungere il niveau ideale.
Da “CUORE DI FIABA Omaggio imperfetto all’Amore Perfetto”di Ilaria D’Adamio_scritto tra il 27/11/2013 ed il 16/12/2013 in versione redux ore 14.55, il 18/12/2013 ore 12.22, 14.00, 14.03 e raccolto il 29/12/2013 ore 00.31_di Ilaria D’Adamio.



